Re: UTMB (Ultra Trail du Mont Blanc) (FRA-ITA-SUI) 26.08.201
Inviato: 31/08/2016, 11:10
da biglux
Sono appena uscito dal "ravito" di Arnouva, con la testa e le gambe rivolte al GPM dell'UTMB, il Gran Col Ferret posto in cima a una lunga ed estenuante salita sotto il sole del primo pomeriggio, e mi trovo di fronte un volto familiare che si appresta a completare la discesa. Ciao Enrico! Lo sai che tu sei il motivo per cui io mi trovo qui? Quante volte in questi ultimi tre anni mi sono ritrovato a rileggere il suo splendido racconto della sua UTMB, insieme con altri veramente belli come quelli di Paolo Rovera e di Davide "blackmagic" Grazielli! Lui è pollo, organizzatore di Trans d'Havet e Ultrabericus oltre che vicepresidente dell'ITRA, ma soprattutto uno dei personaggi più interessanti della grande "famiglia" del trail, i cui commenti non sono mai scontati e quasi sempre centrano il nocciolo della questione. Una stretta di mano, un sorriso, poche parole e la sua soddisfazione nel vedere che indosso la t-shirt dell'edizione più spettacolare della sua TDH, per intenderci quella di Kilian che aspetta al traguardo Luis Hernando. Erano tre anni che collezionavo punti UTMB come neanche con la Fidaty Card per poter prendere parte a quello che mi è sempre sembrato un sogno, il coronamento della vita del "trailer", nonostante tanti (specialmente quelli che non l'hanno mai corsa) ne parlavano come di un carrozzone commerciale fatto da sentieroni autostradali. Finalmente il mio turno è arrivato, mi sono allenato meglio che potevo compatibilmente con lavoro e affetti, con mille dubbi e nessuna certezza di farcela e mi ritrovo un giovedì pomeriggio in una rovente Chamonix (più di 30 gradi!) con la mia famigliola. Le previsioni meteo danno caldo africano con forse qualche rovescio in serata. Il percorso originale è confermato da un puntuale SMS dell'organizzazione. Come un bimbo al primo giorno di scuola espleto tutte le formalità al Centre Sportif Richard Bozon, dopo aver attraversato un Salon Ultra-Trail brulicante di trailers alla caccia dell'ultimo gadget o in cerca della prossima ultra. Mi gusto ogni singolo atto, dal controllo materiali, alla consegna del pettorale, fino al fatidico posizionamento del mitico braccialetto rosso da parte di un'attempata simpatica signora che mi augura una buona gara, suggellando così l'apertura ufficiale delle "danze". Un sonno agitato e una mattinata trascorsa a visitare la Mer de Glace col trenino a cremagliera fino a Montnevers e i 440 gradini fino alla grotta di ghiaccio non stemperano la mia agitazione/ansia pregara. Il riposino pomeridiano si riduce a un riassunto mentale del percorso, delle sue difficoltà, al controllo dei materiali. Finalmente ci dirigiamo verso la Place du Triangle de l'Amitié, un bacio a mia moglie e ai miei due bimbi, sembriamo tanti soldatini che partono per il fronte, fortunatamente senza armi (al massimo un paio di bastoncini). Prendo posto di fronte alla mitica Église Saint-Michel, vista e rivista nel video di Kilian e del suo record di salita/discesa al Bianco, e mi ritrovo con Ivano, un ragazzo conosciuto alla Transylvania 100K, che si farà anche il Tor! Si parte e l'ansia finalmente scivola via lasciando posto a concentrazione e a una corsa un po' temeraria e aggressiva sugli 8 km di largo sentiero "mangia-e-bevi" fino a Les Houches, con il Monte Bianco alla sinistra che cattura magneticamente il mio sguardo. La strana ma piacevole sensazione che mi accompagnerà per tutta la gara è quella di una perfetta solitudine in mezzo a tantissime persone, visto che non percorrerò nemmeno un metro senza avere qualcuno intorno, ma che preferirò vivere forse un po' egoisticamente questo mio viaggio. Il tifo da stadio visto e rivisto nei tanti video amatoriali delle precedenti edizioni è stupefacente e coinvolgente, i "cinque" ai bimbi si sprecano come i "bravo" e i "bon courage" e la salita a Le Délevret scivola via veloce come la successiva discesa a St. Gervais, che mi vede recuperare numerose posizioni (forse troppe?). Allo stesso tempo avverto una cattiva sensazione di "pancia", come di eccessivo affaticamento per essere solo ai primi km, con la speranza di "sbloccarmi" più avanti, come spesso mi succede (diesel?). St. Gervais è un vero e proprio "calderone" di pubblico, musica, tifo, fiaccole che illuminano l'incedere della notte. La mia strategia alimentare è semplice: acqua, Coca-Cola o tè, gel e minestrina per sistemare lo stomaco. Mentre mi preparo per la notte con manicotti, bandana e frontale, non mi accorgo di un cameraman che riprende da vicino le mie operazioni: un po' mi emoziono, perché per un attimo mi sembra di essere uno di quelli "forti". Il lungo trasferimento verso Les Contamines è un infinito saliscendi tutto corribile su asfalto/sterrata/sentiero erboso, incrociando colonne di auto di parenti, amici o semplici tifosi. Di energie da spendere per il momento ce ne sono ancora e allora cerco di "martellare" fino a che inizierà la salita. L'attacco al Col du bonhomme da Notre-Dame de la Gorge è una ripida mulattiera illuminata con fiaccole, contornata da un tifo indiavolato tipo Zegama, ingurgito rapidamente un gel innaffiato da una generosa dose di acqua e con un passo molto buono inizio a macinare metri di dislivello. Sarò uno dei pochi che non usa i bastoncini ma confida unicamente nelle proprie gambe (nella buona e nella cattiva sorte...): forse un po' la pagherò verso la fine ma ve bene così. La Balme mi mostra le prime tende degli "abandon", forse qualcuno che ha fatto il passo più lungo della gamba o che semplicemente ha incontrato una giornata storta o poca voglia di fare fatica. Come ad ogni ristoro cerco di perdere il meno tempo possibile: getto gli incarti vuoti dei gel, ricarico le due borracce di acqua, bevo un pò di Coca-Cola, una minestrina che non fa mai male e via verso il serpentone illuminato sopra di me. La temperatura è straordinariamente alta per la quota ma va bene così: la giacca in Goretex rimarrà nello zaino fino al temporale della sera successiva! Ogni ora, con una cadenza scientifica, avverto un calo di energia inesorabile che imparo presto a prevenire col solito gel. Il Col du bonhomme si fa precedere da raffiche di vento mai fastidiose e il tratto fino alla Croix, che mi aspettavo breve e agevole, mi sembra invece interminabile, tutto su sentiero sconnesso e sassoso con anche tratti da percorrere a quattro zampe sui massi. Finalmente si scende e in una quarantina di minuti sono alla prima base vita di Les Chapieux. Una breve chiacchierata con un trailer veneto, due piatti di minestra, una mousse alla mela e venti minuti sono passati. Si esce prima su asfaltata verso Ville des Glaciers che non mi dispiace, qualche km di salita dolce che i primi avranno sicuramente corso a buon ritmo, ma che noi affrontiamo di passo svelto, con lo sguardo rivolto alla processione luminosa quasi magica verso il Col de la Seigne, cercando di indovinare la direzione, per prepararsi mentalmente agli "strappi" e ai tratti invece dove rifiatare. L'altimetro sale sempre troppo lentamente rispetto a quanto vorrei e un vento impetuoso contrario ci accompagna per l'ultimo tratto di salita prima di scollinare in Italia. Dall'occhio sinistro inizio ad avere problemi, una visione appannata che mi accompagnerà fino a Courmayeur e che mi è già capitata per colpa del vento e del freddo. Questo piccolo problema un po' mi distrae dalla bastardissima variante della salita al Col du Pyramides Calcaires: ripida, prima su fondo erboso-fangoso, poi su enormi massi tipo Kima e per concludere con attraversamento di un paio di nevai. In cima un soccorritore ci offre un po di tè caldo graditissimo che ci conforta prima di una discesa ancora più ostica, di correrla neanche a parlarne: non vorrei che la mia UTMB finisse miseramente contro un sasso! Le prime luci dell'alba mi vedono arrivare prima al rifugio Elisabetta, poi al ristoro del Lac Combal dove cerco di spendere il minor tempo possibile per non raffreddarmi troppo ingurgitando l'ennesima minestrina. Una breve corsetta sul lungolago pianeggiante avvolto dalle nebbie mattutine viene presto sostituita da una solida marcia verso l'Arrete du Mont-Favre. Lo spettacolo che si srotola sotto di noi rimarrà uno dei ricordi più emozionanti della mia UTMB: un tappeto di nuvole che copre il lago e la Val Veny come un soffice piumone dal quale spuntano maestose le vette del massiccio del Monte Bianco! In tanti si fermano a scattare qualche foto, qui come in altre parti del percorso. Foto io non ne farò: mi sembrerebbe di "svilire" l'essenza di una gara, anche se nella mia posizione non cambierebbe nulla ai fini della classifica. La discesa su Col Checruit prima e su Courmayeur poi, come previsto, è ripidissima e ostica, uno strazio per i miei quadricipiti che iniziano a protestare. Breve tratto asfaltato, gente che saluta e alle 8.30 finalmente entro nel palazzetto dello sport di Dolonne con la sacca appena ritirata in mano e applausi dai tanti che si sporgono dalle transenne. A piano terra c'è l'area riservata agli atleti con assistenza, spesso una moglie/marito che si prendono cura del proprio caro come fosse un neonato: tolgono le scarpe e le calze, puliscono e medicano i piedi, riforniscono i materiali, ecc. Non me la sono sentita di chiedere a mia moglie di assistermi con due bimbi piccoli, anche perché sarebbe stata una sofferenza per me vederli pochi minuti e poi doverli salutare. Mi concedo una lunga pausa, circa 45', durante la quale chiamo mia moglie, mangio due piatti di pasta, cambio scarpe, calze e maglietta, dopo che mi sono fatto una sommaria toilette nel lavandino dei bagni (visto che le docce maschili sono "off-limits"), cambio le pile della frontale e ricarico lo zainetto di gel. Uscendo dal palazzetto un signore di mezza età mi urla: Lucio ti vogliamo vedere a Chamonix! La cosa mi fa molto piacere e un po' mi emoziona, ma so che la strada è ancora lunga e non siamo nemmeno a metà percorso! Sulle prime rampe asfaltate verso il Bertone mi fermo ad ogni fontana per bere e raffreddarmi immergendo il cappellino e la testa sotto l'acqua ghiacciata, il caldo inizia a farsi sentire e anche la mia paura di disidratarmi. Un simpatico siparietto con un anziano signore anche lui valtellinese come me fa da preludio all'inizio del sentiero bello ripido, ma fortunatamente spesso nell'ombra del bosco, che lentamente ma inesorabilmente ci accompagna ai 2000 m del rifugio. Mi vengono in mente i consigli di pedro sull'approfittare di ogni fontana, fiume e ruscello per idratarsi e abbassare la temperatura e così il bellissimo sentiero fino al rifugio Bonatti con una vista spaziale sulle Grandes Jorasses si traduce in una corsetta frammentata da frequenti "immersioni". Ho una voglia pazzesca di birra, possibilmente una weiss gelata con una fetta di limone, ma un po' la voglia di perdere il minor tempo possibile e un po' la paura che possa darmi problemi di stomaco, mi induce a rimandare il tutto al traguardo di Chamonix. Ad Arnouva mi trovo a confrontare i dati del mio Suunto con quelli di uno spagnolo con GPS identico: entrambi segnano meno km di quelli effettivi ma il dislivello c'è tutto! Come spesso mi accadrà durante tutta la gara, in salita mi trovo a seguire modalità "francobollo" una donna, prima una francese, poi una spagnola, infine una tedesca, tutte e tre con un ritmo regolare non eccessivo, ma nemmeno troppo lento, con una grinta incredibile, senza mai una sosta di troppo...grazie! Finalmente è Gran Col Ferret con il suo panorama stupefacente, dalla parte italiana il Mont Dolent, da quella svizzera la mole inconfondibile del Grand Combin. Nonostante un cartello ci avvisi dell'assenza di acqua, volontari e soccorritori ci allungano un goccio di Coca-Cola e un po' di acqua gasata, provvidenziali più per lo spirito che per il corpo. La discesa su La Fouly dovrebbe essere lunga ma veloce, invece inizio ad avere seri problemi a correre in discesa, un po' per il sentiero sconnesso ma soprattutto per le fitte che ad ogni passo mi trafiggono i quadricipiti, forse troppo poco allenati in discesa. Niente panico e nonostante diversi mi passino, cerco di affrontarla più serenamente possibile. Breve pausa a Le Peule e poi giù verso il fondovalle cercando di indovinare dove sarà il benedetto ristoro! L'ultima discesa asfaltata mi vede correre e recuperare posizioni: spesso mi ritrovo a patire salite e discese molto ripide ma sul corribile "martello" più che posso. La Fouly mi vede sostare molto poco con il solito rabbocco idrico e la solita minestrina questa volta accompagnata da un paio di biscotti al cioccolato. Non oso pensare che "mappazza" informe si agiti nel mio stomaco ma finché non ho nausea va bene così. L'unica volta che mi sono fatto tentare da un panino con salame e formaggio l'ho pagata con un paio d'ore di digestione impegnativa e gambe inchiodate! La discesa su Praz de Fort la corro ancora abbastanza bene, anche se un po' contratto, con lo sguardo che pericolosamente continua a dirigersi in alto a sinistra, verso una "balconata" naturale dove temo si trovi la base vita di Champex-Lac. Attraverso un paesino idilliaco tipicamente svizzero, fatto di baite perfettamente conservate e ordinate, bambini che giocano felici e fontane ovunque, dove ne approfitto per raffreddarmi. Una sensazione di serenità pervade queste contrade che mi piacerebbe visitare con calma magari una delle prossime estati. Un breve tratto asfaltato sulla statale verso Orsieres è il preludio al duro strappo su sentiero nel bosco verso i 1465 m di Champex-Lac. Il sonno inizia a insinuarsi nella mia testa e nei miei movimenti e alla base vita mi informo sulla possibilità di schiacciare un pisolino. Fortunatamente resisto e dopo meno di mezz'ora sono fuori sul lungolago, salutato dalla gente del posto. Il tratto verso Plan de l'Au è una leggera e dolce discesa prima su asfalto poi su comoda carrareccia, ma per la prima volta non me la sento di correre, anzi guardo quelli che si affannano in una corsa impacciata quasi con tenerezza. Mi pervade una sensazione di benessere, serenità e desiderio che il tutto non si esaurisca troppo velocemente, voglio gustarmi ogni metro di questa agognata UTMB. Penso a mio padre che non c'è più, ma che sicuramente mi starà sorvegliando dall'alto, lui artigliere da montagna, io alpino, un carattere caparbio magari un po' scontroso e ruvido che in parte mi ha trasmesso e che, adesso sono sicuro, mi porterà fino a Chamonix. Adesso ci manca il "triplete", la triplice bastonata nei denti come mi sembra l'abbia giustamente definita deeago nella descrizione della sua UTMB, tre salite che si frappongono tra me e il traguardo, che cerco di preparare mentalmente una alla volta, senza pensare che mancano ancora più di 40 km di montagna. Un SMS di mia moglie, novella meteorologa, mi avverte dell'arrivo di un'intensa perturbazione ma di breve durata (finirà intorno alle 22, mi scrive) proprio mentre insieme a un manipolo di trailers mi accingo a intraprendere la temuta saluta de La Bovine. Puntuale come la morte, dopo nemmeno dieci minuti, inizia un temporale preceduto da fulmini e tuoni. Mi vengono in mente le parole di mia nonna, un vecchio detto delle mie parti: quanc el truna prim de piöf, püca acqua la se möf (trad. quando ci sono tuoni prima che piova, pioverà poco). Questo un po' mi conforta. Fortunatamente ci troviamo nei pressi di un ristorante dove finisce la strada carrozzabile, così ne approfittiamo tutti per metterci le giacche sotto una comoda tettoia e avviarci sul sentiero sempre più ripido e sconnesso. Adesso è vero e proprio "ourage" come lo definiscono da queste parti, una tempesta di acqua, vento e fulmini che cerca di respingerci, ma che affrontiamo tutti compatti in silenzio come fossimo un'unica locomotiva. Mi pento di non avere messo i guanti e i pantaloni impermeabili come tanti intelligentemente hanno fatto, ma non ci penso minimamente a fermarmi in questo inferno un po' per non congelarmi e un po' per non rimanere solo. Inizia a farsi strada in me la paura/speranza che la gara venga sospesa una volta scesi a Trient: l'idea di sciropparmi altre due salite (e discese) su sassi e fango sotto questo muro di acqua, vento e fulmini mi spaventa parecchio! Un occhio costante all'altimetro e all'orario mi accompagnano fino al controllo di La Giete con la speranza che tutto questo finisca presto. Fortunatamente la discesa su Trient, come previsto, vede esaurirsi il temporale. Entro al ravito tutto infreddolito e il mio pensiero costante, dopo essermi scaldato con un paio di piatti di minestra, è quello che di cambiarmi il prima possibile. Un volontario mi indirizza verso una palazzina dove si trovano gli "abandon", una specie di ospedale da campo brulicante di gente che non ce la fa più, vuoi per il freddo, il sonno, le gambe o anche solo per la testa che non c'è, assistiti da un medico e da premurosi volontari. In una stanzetta al caldo mi cambio la maglietta fradicia con un intimo termico a manica lunga, i pantaloncini con fuseaux termici, il buff ormai gelido e zuppo. I pantavento e i guanti li toglierò poco dopo sulla salita di Catogne, perché le temperature non saranno mai troppo basse. L'iPod nelle orecchie con musica a palla per la prima volta nella gara e un gel mi fanno affrontare la penultima salita con una grinta e un passo insperati, recuperando parecchie posizioni. Catogne si preannuncia con il muggito delle mucche e il ritmico suono dei loro campanacci che interrompono il silenzio della notte. Cinque km e siete a Vallorcine, ci dicono i volontari stetti intorno a un fuoco e avvolti nei teli termici. Il sentiero accidentato è abbastanza tecnico e i colpi di sonno che ormai arrivano frequenti a ondate mi fanno apparire interminabile questa discesa, con le solite balise catarifrangenti gialle e rosse che hanno scandito le ultime due notti in maniera impeccabile e puntuale. Vallorcine è il preludio della fine di questa avventura, la base dell'ultima asperità, mi concedo solo un quarto d'ora, perché adesso la voglia che tutto finisca è davvero tanta. Le gambe mi stanno abbandonando specialmente in discesa, ma soprattutto è il sonno che mi fa procedere come un ubriaco, a tal punto che più di qualcuno mi chiede se va tutto bene. Va bene, va bene, non mollo, sicuramente non adesso, con l'odore del traguardo che inizia a farsi sentire. Le prime allucinazioni si fanno strada nella mia mente deprivata dal sonno: scambio un signore che scende munito di frontale con un cavallo (!) e mi spavento, un masso mi sembra da lontano una poltrona, tanto è il mio desiderio di riposare! La dolce salita al Col des Montets, ciondolando nei miei pensieri più assonnati, piano piano lascia spazio al terrore di ciò che molto probabilmente mi aspetta e al quale non ero minimamente preparato: sulla destra vedo una sorta di processione luminosa verticale che spero sia solo il tracciato di qualche funicolare a cremagliera, ma che purtroppo sembra muoversi anche se molto lentamente. La cosa che più mi spaventa è che non se ne vede la fine e il dislivello mi sembra pazzesco, non certamente una cosa da 6-700 m al quale mi ero preparato. Un parcheggio, una larga curva su asfalto, qualche "bravo" e " bon courage" e il sentiero inizia, prima largo e poco pendente, poi uno zig-zag assurdo verticale un po' su grossi massi, un po' su scalini di legno. A metà salita mi vedo costretto a fermarmi e cambiare le pile della frontale, cosa che mi richiede uno sforzo mentale non indifferente. Solitamente in salita uso una bassa intensità luminosa ma qui il percorso è troppo accidentato e un'eventuale caduta dal lato sbagliato mi vedrebbe precipitare per parecchi metri! Finalmente, e comunque dopo un tempo che mi è sembrato infinito, il sentiero abbandona la costa della montagna e spiana addentrandosi per un vallone al cospetto delle Aguilles Rouges. L'attenzione costante e ossessiva di poco prima può finalmente lasciare spazio a una vigile camminata. Un accampamento con due volontarie e le prime luci del giorno ci dicono che siamo in cima a la Tête aux vents e che la salita è definitivamente finita. Adesso ci aspetta una rognosa discesa a mezza costa su pietre che con uno strappo finale su pista da sci ci porterà all'agognato ultimo ravito di La Flégère. Il mio ingresso barcollante è salutato dai volontari e da qualche temerario che si appresta a una discesa con parapendio su Chamonix. Mi accorgo di aver perso il mio bicchiere artigianale fatto con un piccolo "tetrapak" che ha retto per oltre 30 ore. Un simpatico volontario mi allunga un goccio di Coca-Cola in un bicchiere di carta, penso impietosito dal mio aspetto assonnato quasi in trance. Cerco di contattare mia moglie per dirle che sono in anticipo sui tempi (avevo preventivato 40 ore), visto che vuole assolutamente esserci al traguardo con i bimbi, ma non riesco, allora inizio a mandarle una serie di SMS. La mia idea iniziale è di camminarla tutta, visto lo stato delle mie gambe, ma il cervello, sentendo aria di fine, riesce a sbloccarmi e mi vede correre seppure con difficoltà tutti gli ultimi 900 m di dislivello. Non si può parlare di una cavalcata trionfale, piuttosto di una veloce "ritirata", qualcuno mi supera e qualcuno che proprio non va lo supero anche io, ma non importa, sta finendo, o meglio sto finendo l'UTMB! Le 8 del mattino mi vedono trotterellare in una Chamonix ancora semivuota, qualche ultimo "bravo" e "c'est fini" e riconosco la "passerella" finale. Ho paura che mia moglie non abbia letto i miei messaggi e non sia riuscita a svegliare i piccoli e prepararli per il mio arrivo, ma invece da lontano la scorgo prima dell'ultima curva! Non esiste più niente e nessuno, un bacio veloce ma intenso, il piccolo che letteralmente sradico dal passeggino e me lo prendo in braccio, il "grande" che mi chiede se può correrla anche lui, il traguardo, un'emozione grandissima, i complimenti dello speaker e di chi è già arrivato...
Sono le quattro del pomeriggio della domenica, mi sarebbe piaciuto vedere le premiazioni, ma le ore di sonno ovviamente non sono state sufficienti a rimettermi in sesto e preferisco trascorrere le ultime ore prima di una meritata cena savoiarda a base di fondue e vino rosè in casa con la mia famiglia a ripensare a tutto ciò che ho visto, sentito e vissuto negli ultimi due giorni. È stato un viaggio straordinario quanto esigente in termini di energie fisiche e mentali. Non penso che per me ci sarà un altra 100 miglia in futuro, anche se "mai dire mai". Troppe sono state le energie e i pensieri che ha assorbito questa "pazzia" negli ultimi mesi che ho dovuto sottrarre ai miei cari i quali, nonostante tutto, mi hanno appoggiato con entusiasmo e calore. Sono orgoglioso di aver "chiuso il cerchio", ma per me va bene così.