Le tappe partono tutte tra le 5 e le 7 del mattino per cui la sveglia ci sorprende spesso nel buio della notte. Noi mettiamo la sveglia circa 80'-90' prima dello start perché dobbiamo, muniti di frontale, fare colazione, andare alla toilette, vestirci e rifare lo zaino (tutto quello che si lascia in tenda viene portato via e si riceve una penalità). Mezz'ora prima dello start ci sono i controlli dei dispositivi GPS (molto meticolosi) e il consueto briefing (anche se inutile visto il dettagliatissimo road-book) con i soliti discorsi motivazionali (che dopo la prima tappa stufano parecchi di noi…). Musica a manetta degli AC-DC (“Highway to hell”, ovviamente

), conto alla rovescia e finalmente si parte. La prima tappa di 35 km è ad anello (si ritorna al bivacco 1 dove passeremo la terza e ultima notte) e ci viene "venduta" come interlocutoria: terreno abbastanza semplice (3 segmenti sui 5 totali suddivisi da 4 check points di categoria 1, la verde), fatta per immergerci gradatamente nell'ambiente nel quale siamo stati catapultati dalle nostre vite quotidiane e studiare le nostre reazioni allo zaino pesante, al caldo o semplicemente a una gara a tappe (la prima per tanti di noi, me compreso), dove la gestione dello sforzo rappresenta il cardine della faccenda. I primi 9 km sono un lunghissimo piattone su terreno ben compatto tutto da correre. Sarà l'entusiasmo, il fatto che ho finalmente dormito in un caldo sacco a pelo (anche se senza materassino), le forze che sono ancora fresche e per me finalmente la leggerezza e la serenità che i problemi ormai sono alle spalle, ma li corro quasi tutti con un paio di brevi pause per recuperare. Al primo check point siamo accolti come delle star con urla, applausi, abbracci e vere e proprie "ole", una telecamera ci inquadra all'ingresso e trasmette le nostre espressioni a chi ci sta seguendo da casa. Come primo step vengono caricate di acqua le borracce dal volontario di turno che chiede come stiamo e ci fa un paio di battute, come secondo step un altro volontario ci versa acqua ghiacciata sulla testa e sul collo lasciandoci, se siamo fortunati (e se è in vena di generosità), un paio di cubetti gelati nel buff intorno al collo. I check points li troviamo ogni 6-11 km a seconda della tappa (ravvicinati se il terreno è ostico, più radi se invece si può correre "agevolmente"). I successivi due segmenti sono un po' meno corribili con saliscendi sulle dune. C’è chi cerca di correre sempre ma dopo un po’ capisce che lo sforzo non vale la pena ed è inutile combattere col deserto. Dall’idea che mi sono fatto la MDS è una gara ideale per i “fast hikers”, i nordic walkers che camminano velocemente e che viaggiano più o meno alla mia velocità, io che alterno corsa a camminata )ovviamente per chi non ha velleità di classifica). I 4 km finali, a sorpresa, non sono su terreno corribile come descritto ma su dune per cui l’arrivo è decisamente sudato, fa sorridere la gente che sprinta all’ultimo metro, barcollando sotto il peso del proprio zaino ancora pieno di tutto, ma l’entusiasmo è ancora altissimo. L’accoglienza al termine della tappa sarà sempre un po’ come un arrivo finale con festeggiamenti vari e con l’immancabile bicchierino di the verde che i berberi ci offrono. Ci si rinfresca col ghiaccio e si riempiono le borracce per la tappa successiva. La routine sarà sempre la stessa e sempre più automatica: alla tenda per mollare finalmente lo zaino, salutare i primi arrivati (oggi e per quasi tutta la gara ci saranno Luca e Artur ad aspettarmi), togliere scarpe e calze, veloce check dei piedi (fondamentale) per eventuali vesciche e/o abrasioni, visita all’infermeria per farsi medicare (oppure, come nel mio caso, solo per poter stare seduto qualche minuto su uno sgabello a fare un fantastico pediluvio di acqua e Betadine sotto il tendone col venticello fresco che non manca mai

!), capatina alle Emotion Boxes per lasciare il video-messaggio ai propri cari e ritiro del bottiglione di acqua da 5 l all’info-tent. Finito questo giro si può finalmente ritirarsi nella tenda per farsi da mangiare e riposarsi. Inizialmente proviamo a scaldare l’acqua con i nostri fornelletti super leggeri in titanio, ma il vento che spesso tira tutto il giorno senza tregua dopo un po’ ci fa desistere e quasi tutti mangeremo cibo liofilizzato con l’acqua fredda. Sono previsti obbligatoriamente anche due dadi tipo Knorr al giorno per reintegrare i sali (aspetto molto stressato dall’organizzazione): ci troveremo a sgranocchiarli tranquillamente a crudo sia in tenda che durante le tappe

! Per quanto riguarda i materiali ho scelto delle scarpe Raidlight con le ghette dalle quali non è entrato nemmeno un granello di sabbia in tutte le 6 tappe, ottimi e economici pantaloncini da trail della Decathlon con tasche e taschini molto leggeri e ventilati (con o senza i boxer, nel senso che li ho persi dopo la tappa lunga…), maglietta bianca a maniche lunghe della On veramente ottima, buff dell’AMA, cappellino Buff senza veletta sahariana (è bastato il buff a salvarmi il “coppino” dalle ustioni

) e calze filo di Scozia che avevo dal 1° giorno in Marocco

(non ci crederete ma ho scoperto che sono l’ideale, sottilissime e super leggere, non ho avuto una vescica fino a che non si sono distrutte!). Piano piano arrivano tutti: Marco che l’ha già fatta due anni fa camminandola e quest’anno vuole correrla, Gianluca il più silenzioso tra noi, Alessandro che ha esagerato con lo zaino (circa 15 kg

) non sapendo rinunciare a nulla (sarà la mia fortuna!) e infine il povero Jelicko che confidava in un’alimentazione a base esclusivamente di barrette Decathlon ma che capisce che non può funzionare per una settimana…