Vabbé ci provo..
Il mio Tor:
Piccole premesse; ho fatto il Tor per avere la qualificazione e poter un giorno fare il Glacier, l’obiettivo era chiuderlo sotto le 130 ore. Non ho fatto una grande preparazione specifica per il Tor ma con l’aiuto di Martin sono comunque arrivato sulla linea di partenza in un buono stato di forma. La gara in se non mi ha mai creato ansia ne aspettative particolari e l’attesa è stata molto tranquilla.
L’unica mia preoccupazione è stata per l’alimentazione, sono celiaco e non mangio carne per cui ho riempito la borsa gialla di cibo senza glutine oltre ad una serie di cambi scopiazzando un po’ da un elenco di Boborosso di qualche pagina indietro.
Doveva essere un’esperienza in solitario, poi mi figlio si è offerto di farmi assistenza per le prime due basi vita e mio fratello mi ha fatto una sorpresa a Donnas, tutto molto gradito, ma veniamo alla gara.
Partenza un po’ adrenalinica, come sempre. Un po’ di timore di trovare coda all’inizio del sentiero, fortunatamente non è accaduto e la salita al Col Arp è volata, la successiva discesa a La Thuile l’ho fatta con prudenza, correvano tutti come matti ma sono riuscito a non farmi coinvolgere. I primi due passi e il Deffeyes sono volati e oggi dopo solo tre settimane quasi non me li ricordo. Il bivacco Zappelli invece lo ricordo bene, innanzitutto per me è uno dei posti belli della prima parte del Tor, poi ho scoperto che hai ristori avrei trovato sempre da mangiare anche senza glutine, questo mi ha incoraggiato molto.
La salita a la Crosatie è stato il primo impegno serio del Tor, c’era vento e faceva freddo, la parte finale attrezzata richiedeva attenzione. La discesa, complice un’atleta Argentina che andava un po’ fortino, l’ho fatta tutta di corsa fino a Planaval, poi, salutat l’Argentina, ho corso quasi sempre fino alla base vita di Valgrisanche, non volevo indossare la frontale nello e sono arrivato giusto all’imbrunire.
Qui mi aspettava mio figlio che mi ha assistito per il cambio e l’alimentazione. Avevo la borsa gialla piena di cibo senza glutine ma poi ho visto che nella base vita avevano di tutto che potevo mangiare

. Comunque mi cambio per la notte, mangio esageratamente (una scatola di ceci per due, riso, uova sode, patate lesse..) e riparto, ora non ricordo ma avrò perso forse mezz’ora o poco più. La salita all’Epée con lo stomaco pieno è partita a rilento, man mano che la digestione progrediva cambiava anche il passo e anche il Col Fenetre è arrivato abbastanza in fretta. In discesa, veramente ostica, ho preso la prima botta alla schiena, una scivolata poco prima del tratto attrezzato, lo zainetto ha attutito ma la pietra sotto era dura

. A parte la botta mi sembrava tutto a posto quindi proseguo corricchiando fino a Rhemes. Li grande sorpresa mi aspettava mia nipote (lavora li) con un sacchetto di gummy bär (Haribo)

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Al ristoro ho anche preso un brodo con crackers senza glutine (li troverò poi ad ogni ristoro) probabilmente il più salato che abbia mai mangiato

Saluto tutti, ringrazio la nipote e riparto. Mi aspettano i due colli più duri di tutto il Tor, la prendo con filosofia, è solo questione di tempo…
L’Entrelor in piena notte mentre il Loson lo passo all’alba, fa freddo ed ho le mani congelate nonostante due paia di guanti, vedo il bivacco delle guide e mi ci infilo dentro, è in plexiglass e sotto il sole del mattino è una piccola sauna

In pochi minuti le mani iniziano a formicolare e dopo poco riesco ripartire. Rifugio Sella, Valnontey (l’orto botanico era una delle gite delle scuole medie, forse è da allora che non passo di qui) e poi Cogne con la base vita. Mi faccio controllare la schiena dai MassaggiaTor, sono veramente gli angeli custodi di tutti noi, sembra tutto a posto ma dopo un po’ di trazioni decidono di mettermi dei cerotti per sicurezza. Mi assiste sempre mio figlio a cui scarico un po’ dei viveri che ho nella borsa gialla, tanto per alleggerirla un po’. Lo saluto calorosamente, so che non lo rivedrò finche non torno a casa e riparto per la tappa più noiosa di tutto il Tor.
Noiosa dicevo ma alla fine arriva anche la finestra di Champorcher, gli elettrodotti con quei tralicci enormi lo rendono uno dei posti meno piacevoli del Tor. Anche la discesa dopo è poco piacevole. A Pont Bosset devo rimettere la frontale. L’ho un po’ odiato questo tratto con i suoi sali/scendi ma penso che se l’avessi fatto di giorno mi sarebbe piaciuto con tutti quei ponti di legno sugli orridi, magari mi ci ritorno ma intanto arriva la seconda caduta, decisamente più brutta della prima, veramente duri i gradoni di pietra, mi ha preso le costole e mi ha lasciato senza fiato. Mi rialzo e riparto, mi farò controllare dal medico a Donnas. Qui grande sorpresa mi aspetta mio fratello, con un sotterfugio è riuscito ad accedere alla base vita, mi ha portato riso, verdure e legumi, mangio sempre a questo Tor e non ho ancora iniziato con la polenta…
Il medico mi visita e sentenzia: due costole incrinate ma non avendo dolori nella respirazione suppone che non ho nessun danno interno, mi da una tachipirina 1000 e mi autorizza a continuare. Mi faccio una doccia veloce, mi cambio e riparto per quella che dovrebbe essere la tappa più lunga, durerà c.ca 20 ore e tutto sommato sarà anche una delle più piacevoli e soprattuto il mio Tor inizia a cambiare aspetto, perderà le sembianze di una gara e diventerà una piacevole avventura, in una lenta evoluzione che grazie anche al meteo favorevole me lo farà apprezzare sempre di più.
Da Donnas riparto in piena notte e in solitario, cammin facendo incontro poi compagni di viaggio con cui condivido alcuni tratti. Fino a Gressoney me l’aspettavo più duro come percorso, in realtà è solo lungo e con tanto dislivello ma con l’arrivo del giorno e della luce i sentieri li ho trovati piacevoli, Donnas è il punto più basso ed all’inizio c’è da fare parecchio dislivello ma una volta raggiunto il primo colle i cambi di quota non sono mai così importanti e poi, dal Barma in poi, vado avanti a polenta concia

Come dicevo, inizia a cambiare qualcosa, forse la consapevolezza di non aver problemi a centrare l’obiettivo tempo, forse la bellezza dei luoghi e certamente le tante ore che ormai mi legano a questi sentieri, non so esattamente cos’è ma senza calare il ritmo (continuo a correre tutte le volte che il percorso me lo consente) si dilatano i tempi nei ristori, le interazioni con i volontari, sempre così gentili e disponibili, mi fanno dimenticare la competizione. Così il percorso non è più quello di una gara ma di una lunga serie ditrasferimenti da un luogo ad un altro appagato da ciò che la vista offre.
Arrivo a Gressoney che è già buio, l’inizio della terza notte, la più temuta. Doccia calda piacevolissima, mangio abbondantemente, massaggio leggero alle gambe, cambio per la notte e riparto per Alpenzu convinto di poter dormire un paio d’ore li, appena arrivato scopro che non hanno posti letto, rimango un po’ spaesato poichè così saltano i miei schemi, mi offrono una coperta e la possibilità di riposare nella sala del rifugio seduto con la testa appoggiata sul tavolo. È molto scomodo e dopo mezz’ora decido di ripartire ma mi costerà caraquesta mancanza di riposo. La salita al Col Pinter mi presenta il conto: allucinazioni e corto circuiti cerebrali, tipo l’anno scorso allo Champillon, solo che questa volta li ho sentiti arrivare e li ho riconosciuti prima di esserne sopraffatto, sono riuscito a contrastarli bene, anche parlandomi da solo ad alta voce, tanto era notte e intorno a me non c’era nessuno a darmi del matto, ma sono riiuscito a tenere alta la concentrazione e a superare la crisi e ad arrivare a Champoluc alle prime luci del mattino. Champoluc non è una base vita ma è attrezzata molto bene, palestra molto pulita, riscaldata e silenziosa, mi hanno dato una branda e un paio d’ore di sonno che mi hanno rimesso al mondo. La volontaria che mi ha accompagnato alla branda sembrava una fata, è venuta a svegliarmi in punta di piedi e sussurrando il mio nome con una delicatezza da sogno

Faccio una buona colazione, mi faccio mettere due cerotti nell’interno coscia che si sta un po’ irritando e riparto. Il sole non illumina ancora la valle e fa un freddo ma sono coperto bene. Man mano che salgo verso il Gran Tournalin il sole fa capolino e inizia a riscaldare, un po’ alla volta levo tutto; guscio, guanti, manicotti. La giornata è bellissima ed inizio a fare foto e ad apprezzare la magnificenza di questi luoghi e non pensare più alla gara. Il rifugio Gran Tournalin è in una posizione magnifica, le grandi vetrate ti invitano a restare ad ammirare il panorama ma bisogna continuare. Col de Nannaz e col des Fontaines volano via e la discesa a Cheneil e poi a Valtournenche la faccio tutta di corsa insieme a due giovani a cui è arrivato incontro il loro padre, dall’aspetto più anziano del mio ma con un passo in discesa impressionante. Abbiamo poi scambiato due parole in base vita e mi ha indicato sua figlia, anche lei li a fare assistenza ma che stava preparando la sua prima maratona, una famiglia di runners notevole!!!
In base vita dormo ancora un’ora e mezza circa, mi faccio ricontrollare dal medico che mi riconferma la diagnosi, costole incrinate ma se non danno fastidio posso continuare senza problemi; in realtà mi rendo conto di camminare un po’ storto sul lato sinistro per cui sovente faccio trazioni per cercare di rimanere più dritto possibile, riparto nel pomeriggio verso il Barmasse, il ristoro quì è un po’ meno ricco così entro nel rifugio e mi faccio preparare un piatto di polenta concia e un’aranciata, il tutto per €13,00 e riparto soddisfatto.
Arriva anche la notte e purtroppo mi perdo i panorami, al Magia provo di nuovo a dormire ma c’è un po’ di caos ed il letto è scomodo, perdo solo tempo quindi riparto. Intanto mi raggiungono i primi del Tor100 e i sentieri iniziano a popolarsi perdendo un po’ di fascino. Al bivacco Clermont provo di nuovo a dormire un po’ ma senza troppo successo perciò riparto anche da li ed arrivo ad Oyace all’alba. C’è una gran confusione perché è la base vita del Tor100. Riesco a fare una buona colazione e mi faccio dare un’altra tachipirina perchè nel frattempo oltre alle costole mi si è irritata la gola ed ho una bella tosse secca molto fastidiosa. Sarà poi bronchite, pare abbia fatto diverse vittime quest’anno.
Riparto per quella che sarà la giornata più calda di tutta la settimana. La salita al Col Brison all’inizio è nel bosco e va bene ma poi si rimane al sole che picchia forte, ma la giornata è bellissima e i panorami ti fanno dimenticare le fatiche. Arrivo ad Ollomont verso l’ora di pranzo e fa troppo caldo per ripartire, decido di aspettare che il sole cali e perda d’intensità, nel frattempo mangio, chiacchiero con i volontari traun massaggio alle gambe e una piccola bolla che mi è venuta sul dito del piede che mi faccio trattare. Verso le 17 decido che posso ripartire, anche se non ho dormito mi sono comunque riposato, la salita allo Champillon voglio farla con attenzione. L’anno scorso sono passato di qui con la PTL, ho avuto una crisi terribile e non ricordo come ho fatto a raggiungere il rifugio. Salendo al rifugio mi guardo in torno e riconosco i passi che ho affrontato l’anno scorso, faccio diverse foto e le mando al mio compagno dii team per condividere i ricordi, ovviamente apprezza.
Allo Champillon c’è una squadra di volontari che accoglie tutti con un calore che ti fa venire voglia di restare li per sempre; uno affettava fontina e mentre mi prestava il suo carica batteria per ricaricare il mio telefono mi invitava a stare li ancora un po’ perchè “stavano preparando una vellutata di verdure che dovevo assaggiare assolutamente”, ed aveva ragione era buonissima!!! Ma alla fine bisogna ripartire, arrivo al colle al tramonto, la vista è di una bellezza che ti incanta, foto panoramica e riparto in discesa, ritrovo segnale col telefono e finalmente posso parlare un po’ con mia moglie, ci siamo sentiti poco in questi giorni.
Dopo il colle incontro un tipo strano, giovane, un po’ robusto e viaggia in canottiera, pare non senta il freddo, è della zona di Parma e sta facendo il Tor100; prima della partenza pare che abbia fatto conoscenza con un inglese che vive anch’egli a Parma.
Piccolo il mondo dei trail runners…


Lo saluto e procedo corricchiando fino a Saint Rhemy, ci arrivo che è quasi mezzanotte, vorrei dormire ma le brande le hanno messe in un tendone pieno di spifferi, fa parecchio freddo e non riesco a prendere sonno per cui riparto per il Frassati. Come al solito ho mangiato troppo prima di ripartire e all’inizio faccio fatica a prendere il passo ma dopo poco la situazione migliora e prendo un passo deciso, arrivo al rifugio abbastanza velocemente. Non ero mai stato al Frassati, è un rifugio molto bello e confortevole, al centro della stanza c’è una stufa a legna a forma di maialino, sto li un bel po’ a riscaldarmi. Vorrei ripartire ma faccio due conti: mancano c.ca 30 km all’arrivo, se parto ora arrivo a Courmayeur che non è ancora spuntato il sole, non ho problemi di tempo, sono in largo anticipo sul mio obiettivo per cui decido di aspettare l’alba al Frassati ed è stata la scelta migliore che potessi fare; lo spettacolo è divino e incamminarmi verso il Malatrà col sole che sorge alle mie spalle è probabilmente il ricordo più bello che ho di questo viaggio. Ho fatto tantissime foto, e se le riguardo posso immaginare l’emozione che ho provato ad essere li in quel preciso momento.
Dopo il Malatrà è ordinaria amministrazione, lunga corsa in discesa fino al Bonatti, un bicchiere di te caldo e la balconata fino al Bertone, altro bicchiere di te ( non c’era altro che potessi mangiare) e poi l’orrendo sfasciume fino al parco del Bollino. Passerella in centro a Courmayeur e arrivo tra gli applausi di tutti sempre graditi. Birra a volontà dopo il traguardo

penso di essermi un po’ ubriacato

Se mi guardo indietro sono soddisfatto sotto ogni aspetto, non sono partito con l’idea di fare il miglior tempo e questo mi ha consentito di apprezzare il percorso in un modo che non mi aspettavo.
Ora so che potrò fare il Glacier, ma non l’anno prossimo, forse tra due, chissà…
Comunque grazie fare una corsa così senza subire danni, cadute a parte, ci vuole un fisico sano e ben preparato, la mente sana no ma è un altro discorso…