Il TOR DI EMME. Il mio Tor
Il mio Tor, come per tutti, inizia mesi fa. Inizia con la scelta di inseguire un sogno, inizia con gli allenamenti più intensi, inizia con il pensiero che prova a immaginare come sarà, e che cerca di calcolare e prevedere l’imprevedibile.
Ma poi finalmente arriva il momento. E la sensazione è quella di aver fatto una cazzata. Ovunque mi giri vedo finisher, “senatori”, gente che millanta ultra e allenamenti mozzafiato, gente che conosce il percorso a menadito. “Madonna dove mi sono cacciato?”.
Poco prima del via i miei figli mi spezzano il cuore, non so se me lo riducono più in poltiglia i singhiozzi della mia principessa o il monito serio del piccolo-me “divertiti, ma stai attento, papà”.
Ecco che anche mentre riscrivo queste parole mi si riempiono gli occhi di lacrime (e non sto affettando cipolle).
Ma poi inneschiamo un gioco, quello di salutarci tra la folla che ci separa. Dura più o meno un quarto d’ora, è divertente e scioglie un po’ di nodi alla gola.
Finalmente il via e la tensione se ne va. La partenza è furiosa, come per un Trail di pochi chilometri. Ai lati della strada una cortina umana festante e colorata ci accompagna all’imbocco del sentiero ed al primo di una lunga sequenza di salite: Col Arp, Passo Alto, Col Crosatie… un bel modo per passare la giornata, sgambettando a buon ritmo su sentieri facili e con pendenze modeste, fino alla Valgrisanche e quindi alla prima base vita dove mi aspettano i miei cuccioli e mia moglie per l’ultimo saluto prima del loro rientro a casa.
Cala la notte mentre risaliamo l’ennesimo colle. È la volta della sequenza micidiale: Fenetre-Entrelor-Loson che fa di questo settore uno dei più duri, in termini di distanza e dislivello. Ma soprattutto, almeno per me, durissimo, anche a causa dell’alta quota, giacché regolarmente, a partire dai 2.700 metri in su, vado in crisi, mi affatico e insistendo, stupidamente, a non voler perdere posizioni, mi ritrovo poi in difficoltà, con le gambe più che mai imballate.
È notte, lo spettacolo è mozzafiato, con il massiccio del Gran Paradiso illuminato da una Luna piena più grande che mai. Appena esci dall’ombra di una parete rimani quasi abbagliato e ogni volta ti viene da cercare il riflettore che ti sta illuminando.
All’orizzonte il riflesso chiaro dei ghiacci contrasta con il livore delle rocce.
Peccato essere in affanno e non riuscire a godere appieno di questo regalo ineguagliabile.
Dall’ultimo colle (3.299m) inizia la lunga discesa verso Cogne e con essa l’inizio del mio calvario. Le gambe bloccate, doloranti, come non mai. Le cosce che non si vogliono più flettere, e già camminare è un’impresa.
Me la vedo brutta. Siamo nemmeno a un terzo di giro e sono già messo così. Stupido me! Stupido perché non ho saputo aspettare e rispettare la grandezza del mostro che mi sta davanti. Pivello! Presuntuoso! Ora viaggio a testa bassa, giustamente contrito e mi dico “vedi di farle girare ‘ste gambe che di tempo ce n’è per far riassorbire i traumi. Se non basta un giorno ce ne vorranno due, ma guai a fermarsi”.
Il terzo settore è quello della crisi piena, e il rifugio Sogno il luogo in cui si consuma il rito di passaggio.
Non sto più in piedi. I volontari come mi vedono mi spediscono nel dormitorio. Io obbedisco senza replicare, anche se quasi non riesco a salire le scale, così come fatico a togliere le scarpe, per non parlare delle manovre per coricarmi… Sotto una doppia coperta perdo improvvisamente coscienza e sogno (Sogno!) di dover abbandonare il Tor!
Mi risveglio di scatto, sudato, e pieno di dolori, ma “col cazzo che mollo! Con tutti sacrifici che ha fatto la mia famiglia per me, eh no!”. Scendo le scale come un paraplegico, al che uno dei volontari si offre di farmi un massaggio. Poca roba, nemmeno dieci minuti, ma mi strizza le cosce come dei panni da asciugare e poi mi dice “più di così non posso fare”.
Provo a salire, anche grazie all’incoraggiamento di Daniele (un lettore della rubrica “Il Tor di Emme”, anche lui poi finisher) e passo la “finestra” ma poi è la volta della discesa, trenta lunghissimi chilometri, per me, i più lunghi di tutto il Tor.
Dapprima sono solo, poi tra un ristoro e l’altro trovo una volontaria, un angelo custode, anche nell’aspetto, che mi accompagna e mi incoraggia a non mollare. Sono proprio un catorcio. Poi vengo raggiunto da Massimo Collé (un “senatore” valdostano scortato da un amico prima e altri amici poi, anche lui un po’ rallentato da un dolore al ginocchio che poi passerà e anche lui sarà finisher). Chiedo se posso attaccarmi, e faccio la scelta giusta, perché così mi sforzo a tenere un ritmo decente anziché strisciare come una lumaca lungo quella valle infinita. Alla fine raggiungiamo la base vita di Donnas all’imbrunire. I miei compagni di viaggio del primo giorno sono ormai tutti lontani e io sono precipitato indietro di oltre quaranta posizioni. E non è finita qui, perché messo come sono devo ancora riuscire a recuperare la muscolatura. Quindi doccia e un po' di riposo e poi un'ora di massaggio praticatomi da un generoso fisioterapista. Riparto con animo sereno, in pace, nel cuore della notte, convinto che prima o poi passerà. Convinto che andare avanti sia la cosa giusta, anzi l’unica da fare. Passo i vigneti, passo il ponte del diavolo e affronto con calma la lunga risalita verso il rifugio Coda. A un tratto vengo raggiunto da Bruno Brunod, con cui avevo condiviso lunghi tratti nei primi 100 km. “Cosa ci fai qua indietro?”. “Ho avuto problemi di stomaco, ho provato a riposare. Ma non è ancora passata”. E infatti di lì a poco mollerà. Mi dispiace un sacco, è stato bello poterlo conoscere di persona, e dirgli “ciao campione”, e sentire quanto è amato da tutti quanti qui in valle (non come certi atleti dei nostri giorni)... Bruno è un mito. Come del resto è e si sta dimostrando un mito anche Giancarlo Annovazzi. Pure lui l’ho incrociato più volte nella prima parte di gara. È una vecchia volpe. È partito “tranquillo”, ed è rimasto “tranquillo”, solo che con la sua calma ha mantenuto un passo inesorabile, che al Tor equivale a dire un progressione micidiale. E bravo Gimmi (se non ho capito male così ti chiamano i tuoi amici in Valle, ma non so come si scrive…)!
La frontale si va esaurendo dopo due notti di gara mentre sta quasi per albeggiare in un cielo non più così terso. Non ho voglia di cambiare le pile e così accendo i miei occhi di gatto per saltare fra i massi che precedono il rifugio Coda. Una volta lì faccio un'oretta di riposo e al mio risveglio trovo il Guabix del nostro Forum che mi saluta e con cui scambio due chiacchiere. In rifugio si discute animatamente della Canepa, chiedo lumi. Non ci capisco molto ma me ne faccio subito una ragione, ho un Tor da portare avanti. Riparto e dopo un breve traverso, quasi per magia, al primo passo in discesa... nessun dolore! Dico: nessun dolore, passato tutto, dopo 24 ore di lamenti, finalmente è passato. Non ci posso credere, il morale è alle stelle e così affronto il sentiero tecnico a seguire come se fosse una passeggiata. Sono in compagnia di Scilla Tonetti, lei quest'anno non è molto in forma, per questo è nelle retrovie (e scivolerà ancora più in basso in classifica, arrivando però a Courmayerur da finisher e con grande onore).
Passiamo qualche colle assieme, attraversiamo paesaggi brulli, desolati, alpeggi remoti, creste rocciose, pendii di sfasciumi, sentieri tecnici e scivolosi e impestati di cacche di mucca... ma poi, all'ennesima salita la perdo, la vedo giù a rifiatare, ma io sto bene, sono felice e mi diverto, devo proseguire. E così fino al Colle della Vecchia dove trovo un vivacissimo ristoro, con tanto di fuoco acceso. Assaggio qualcosa e poi giù verso Niel, proprio mentre un temporale viene a guastare la festa e a rendere più che mai difficile quel budello in discesa già insidioso di suo.
Niel rimane uno dei ricordi più belli. Il Rifugio (ristorante) La Gruba -Dortoir è un piccolo gioiello in pietra e legno e lì gli atleti trovano una delle accoglienze più calorose oltre che la più buona “polenta concia” di tutto il Tor. Ed evidentemente i miei apprezzamenti sono così entusiastici che mi chiamano il “maestro polentaio”. Così gli faccio i complimenti di persona e gli stringo la mano. Riparto allegro, sotto una schiarita dalla luce dorata e affronto uno dei colli più belli (Lazoney verso Alpe del Loo). Alla malga successiva passo quasi senza fermarmi, giusto un goccio d'acqua, ma i gestori incalzano “non vuoi due agnolotti?” (scoprirò poi che sono il piatto preparato apposta per i loro atleti di casa!), “no grazie ho appena mangiato polenta, vado...”, “ma... nemmeno i nostri formaggi di malga?”. Al che faccio immediatamente dietro-front e onoro la tavola.
A Gressoney perdo tempo prima con una lunga doccia, poi tentando di riposare in un dormitorio gelato e infine aspettando che passi il temporale... A posteriori mi verrebbe da dire: quanti “errori” in questo Tor, ma lì per lì, non interessandomi del crono e della classifica, credo di aver fatto una buona mossa. E infatti riparto nel cuore della notte bello riposato e con il cielo che si va schiarendo in una bella stellata. Ho alle calcagna un concorrente cinese. Tentiamo un dialogo, ma pure lui con l'inglese non è una cima. Dalla sua bocca escono più che altro rutti, e peti da un'altra parte. Un bel concerto insomma, ma per fortuna me lo tengo debitamente alle spalle. Saliamo al Rifugio Alpenzù e da lì finalmente uno sguardo sul Rosa, quindi ci mettiamo alla caccia delle sei lucine che ci precedono. Li passiamo come se fossero fermi sulla corsia d'emergenza, mentre noi voliamo verso il Col Pinter e poi giù come due cacciabombardieri.
Ma a un certo punto “sbadabagang...”, mi giro e vedo il mio compagno tutto intorcolato, faccio per tornare indietro, quando lo vedo rialzarsi e ripartire. “ok, ok” mi fa, e allora ci rimettiamo in marcia. Raggiungiamo quattro case sempre in legno e pietra, Cuneaz, un altro piccolo e antico villaggio Walser. Lì troviamo un ristoro non previsto dal roadbook. Entriamo, il mio compagno orientale barcolla e chiede un letto, subito lo accompagnano a riposare. Guardo il banchetto allestito all’interno del grazioso locale e torvo budini, salame di cioccolato, torte fatte in casa, oltre a un ottimo tè caldo. Dopo aver svaligiato la mensa, la signora mi chiede se voglio “qualcosa da mangiare, una pastasciutta, della carne…” la guardo stupita e quasi in imbarazzo per tanta ospitalità le prometto che sarei tornato a onorare la sua cucina in compagnia della mia famiglia. Quindi saluto e riparto in solitaria. A me piace la solitudine e così pure la notte, ma questa è ormai la terza e inizio a patire qualche crisi di sonno. Nessuna luce avanti, nessuna luce dietro, proseguo e poco dopo il ristoro ufficiale, che praticamente ignoro vista la pausa precedente, vengo riscosso da un rumore di zoccoli, un bel camoscio possente, spaventato dal mio passaggio, inizia a correre all’impazzata.
Attraversato l’ennesimo acquitrino, ho i piedi fradici, vedo una luce accesa e penso di essere a Saint-Jacques, e invece no, un altro ristorante rimasto aperto per assistere noi del Tor. Niente banchetto qui, ma ne approfitto per riposarmi cinque minuti appoggiato su un tavolo, mentre la gentilissima signora mi asciuga come può le scarpe con delle pallottole di carta. E poi mi offre un buon caffè espresso, raccomandandomi di fare attenzione al sentiero, in effetti un po’ rognoso fino al prossimo controllo. Quindi altra salita con l’ultimo colle del settore verso le ultime ore della notte. Allora stringo i denti ricacciando il sonno da dove è venuto, la valle da risalire è molto bella, ma le forze si vanno spegnendo. Fortuna che c’è il rifugio Gran Tournalin, quasi in cima, dove chiedo da dormire e mentre mi fanno coricare in una bella stanzetta tutta per me, mi asciugano pure scarpe e calzetti vicino alla stufa.
Dopo un’ora esatta ecco la voce della ragazzina “sono le otto meno un quarto”, incredibile come un’ora di sonno inneschi quei meccanismi di recupero che ormai ho imparato a conoscere. Dapprima freddo-brividi e dolori, poi una sudata e tutto a posto come prima.
Scendo “a far colazione” e trovo in sala alcuni compagni di viaggio più volte incrociati, come Paolo Fabrini, con cui riparto verso il colle di Nannaz e quindi in direzione Valtournenche (Paolo lo perderò di vista proprio in discesa, ma pure lui è arrivato, finisher con le unghie e coi denti).
La discesa è rilassante, il Cervino fa capolino e si mette in bella mostra, chiamo casa e dico che è tutto ok. Selena mi informa di Lisa e del suo garone, non posso che essere felice per lei, so quanto ci tenga, quanto ci abbia investito, quanto ci abbia sperato… e non aggiungo altro.
A Valtournenche faccio finalmente una sosta adeguata, giusto un pit-stop, integratori, cibo, pomata, riposino (15-20 minuti) cibo, rifornimento borracce e via. 48 minuti in tutto: così si fa!
E allora via per la “tappa” seguente. Dopo la salita al Barmasse (dove i forestali mi controllano il materiale obbligatorio) inizia uno dei tratti che più mi è rimasto nel cuore. Una lunga, lunghissima e faticosissima sequenza di anfiteatri da attraversare e colli da risalire. L’ambiente si fa progressivamente sempre meno antropizzato. Abbandonati i pascoli si entra negli ambienti più estremi come le torbiere, i laghi, gli sfasciumi (chilometri e chilometri di frane che disegnano i pendii e le valli), le pareti di roccia bruna e variopinta…. Questo lungo cammino (uno dei settori più duri del Tor) è come al solito cadenzato da punti di ristoro, dapprima un bivacco (Reboulaz) dove mi soffermo un bel po’, seduto al calduccio del fuoco, a chiacchierare. Poi il rifugio Cuney (sorto a fianco del piccolo santuario mariano, il più alto d’Europa!), quindi il bivacco Rosaire-Clermont. Se poi ci mettiamo la luce del tardo pomeriggio che filtra tra le creste, e l’incontro ravvicinato con un branco di possenti ma placidi stambecchi, l’ultimo scollinamento a combattere con un vento feroce e poi una valle che si apre ai miei piedi, una distesa di ripida ghiaia grigia e nera, soffice come la neve… si capisce perché Giancarlo Annovazzi abbia scritto che questo è tratto “è di una bellezza che toglie il fiato!”.
La discesa va bevuta in un sorso fino a raggiungere i magri prati completamente rossi, quindi ecco la volta di un gran bel “deja-vu”: giù per un vecchio tracciato d’alpeggio (con muretto a secco in fondo al quale c’è un lampeggiante giallo che segna la via. “Questo posto l’ho già visto”, non solo, “in questo posto ci sono già stato”, non solo, “ho già vissuto questa situazione”, e poi “adesso inizia la discesa che…”. I primi segni della lucidità che mi sta abbandonando, non a caso proprio mentre cala il sipario della notte e inizia uno dei tratti più difficili di questo mio “secondo” Tor.
Il sentiero per l’antico alpeggio ormai abbandonato lascia presto il posto a una sorta di pista nel fondo ghiaioso della valle, senza sentiero, nella vegetazione colonizzatrice, e i piedi che iniziano a friggere per le continue frizioni laterali… Passano i minuti e con essi i metri, quindi i chilometri, sempre avanti, sempre dritto, sempre su tracce macinate dalle ruspe (ma che ci fanno qui? Nel regno dei Dahu?). Incrocio il solito (o uno dei tanti) gruppetto di valdostani che risale a buon ritmo e mulinando i bastoncini incontro a qualche loro amico, chiedo lumi e dalla risposta capisco bene che è ancora lunga. E io che speravo di cavarmela in fretta per fare un bel riposino. Inizia il bosco, ma la situazione non migliora, un po’ perché le vesciche ormai sono fatte, (ahi, ahi) e un po’ perché il fondo è sempre spacca piedi. Sogno una strada poderale decente, magari anche asfaltata… e invece no, ancora chilometri e chilometri senza segno umano. Poi qualche tornante, un cancello, del nastro bianco e rosso, si va giù più decisi fino ad attraversare il torrente quindi dall’altro versante. Non finisce più… quand’ecco che compaiono due lucine, altri due angeli venuti a salvarmi. E guarda un po’, ancora due belle ragazze, gentili che si offrono subito, con cordialità di accompagnarmi fino al paese, che in compagnia arriva in un attimo. Avevo programmato una sosta qui, di un’ora, ma il locale è tutt’altro che accogliente, uno stanzone enorme illuminato a giorno dai neon, pieno di gente del paese che “bivacca” al bar… vedo le brande e un paio di atleti che tentano di riposarsi in quel casino. Al che penso, “no, no dai, faccio ancora sto colle e mi fermo a Ollomont”. Sulla carta è solo un colle da mille metri, ma… sarà stata la notte, sarà stato che anche qui appena lasciato il paese non c’è più segno umano, sarà che qui in Valle d’Aosta i sentieri sono lunghi il doppio… saranno state tutte queste cose messe assieme, sta di fatto che la salita mi pareva infinita e avevo continui dubbi sull’essere giusto nel percorso. Se guardavo l’orientamento era ok, e poi c’erano le bandierine (anche se tutte girate), ma quando ti viene una paura in quelle condizioni, fai ben fatica a mandarla via.
Una pausa del bosco, una sorta di terrazza prativa in cui c’è una malga abbandonata e fuori alcuni vacche distese a dormire. Si rientra nel bosco e il sentiero che prosegue infinito sempre in diagonale guadagnando quota solo poco alla volta. Ma alla fine ecco una luce, un punto di assistenza presso un vecchio alpeggio. “Ragazzi non sono mai stato così felice di vedere delle persone”. “Eh già” mi rispondono loro “il Col Brison di notte fa un po’ impressione. Mi offrono della cioccolata e poi mi indicano la via, già perché non è finita devo ancora guadagnare il colle. Accidenti vedo la parete scoscesa della montagna nera e le lucette argentate delle bandierine illuminate dalla luna. Mi viene qualche ansia, ma poi, avvicinandomi vedo che non è nulla di che e con l’ultimo sforzo la raggiungo i volontari a presidiare il valico e appostati con una baracchetta di plexiglass (tipo quella incontrata sul Col Loson). Mi prendono il numero e danno indicazioni per la discesa, che in effetti è un bel po’ cazzuta, almeno nella prima parte, poi tanto per cambiare spiana e si fa infinita. Ma dopo l’alpeggio inizia la strada poderale che credo abbia illuso molti come me di essere quasi arrivati. Brutta, ripida e sassosa, completa l’azione di distruzione dei piedi e maciullamento delle gambe. E dopo un bel tratto ecco il tendone dei volontari, ma da lì dicono, manca ancora mezz’ora. “Aaaaargh!”. Sento arrivare qualcuno da dietro, mi giro e sono due concorrenti, uno dei due è lo statunitense Joe Grant (ma che ci fa qui nelle retrovie?) corre tenendosi le cosce con le mani e urlando un continuo “Ahi, ahi, ahi…” non so se per le gambe o per i piedi.
Ollomont. Finalmente la base vita. Sono le 3:46, quando pensavo di arrivarci intorno all’una. Trovo un’accoglienza ancor più calorosa del solito, ma la logistica è un po’ incasinata. Locale ristoro da una parte, bagni all’esterno, dormitorio di sopra… Insomma alla fine mi arrangio, faccio una bella mangiata e poi crollo a letto. Sì crollo e stupidamente senza sveglia. Così che quando mi sveglio sono le sette e mezza del mattino! Ho dormito oltre tre ore. La cavolata più grande che si possa fare. E non parlo della perdita di tempo, parlo del fatto, sperimentato, che dopo una certa soglia (non saprei stabilire quale, ma sicuramente dopo l’ora) dopo una prima fase di “refresh” della mente e delle gambe, parte un processo di recupero lungo. Quello che deve partire solo alla fine però e interromperlo poi è un bel casino. Ecco che mi sveglio tutto gonfio, faccia, piedi. Mi sento da schifo e per la seconda volta penso di aver ammazzato il mio Tor. Scendo un po’ sconsolato e trovo la sala gremita di atleti che si stanno rifocillando e pronti a partire… Chiedo del medico, mi faccio visitare, ma lui dopo avermi guardato e palpato le caviglie, è quanto mai convincente “Sei quasi a Courmayeur, non verrai fermarti ora? Alzati e cammina!”. “Ok, grazie!”. Scendo di corsa recupero la sacca i miei bastoni lo zaino, ingollo una cosa al volo e via, verso il rifugio Champillon, che arriva in un attimo. Mentre salgo ripenso ai vari conti fatti stanotte e ritengo che Lisa sia ormai arrivata e anche da un bel pezzo, e penso anche che abbia demolito di un paio d’ore il personal best di Paolo, suo compagno di vita e suo assistente in questo Tor. Dentro al rifugio, non serve nemmeno che chieda, perché sentito il mio accento mi danno subito l’annuncio di Lisa che è finisher, seconda donna, e con un tempo migliore di quello di Paolo (anche se solo di pochi minuti). Dal rifugio al passo non è molta fatica, quasi peggio la discesa a seguire, perché i piedi e il tibiale sinistro cominciano a farsi sentire. Ma dai forza, ormai si tratta di tenere duro. Altro ristoro (dopo tutta la mocetta e i formaggi dei giorni scorsi, ora vado solo a cioccolata, biscotti e crostatine, mah, un’eterna prima colazione…). Ci danno indicazioni precise sui prossimi chilometri che ci separano da Saint-Rhémy-en-Bosses. Tutta strada poderale, dapprima in leggera salita, poi pianeggiante, quindi in leggera discesa. Roba da un’ora e mezza. L’ambiente è bello e rilassante. Ecco “rilassante”, forse in queste condizioni non è proprio il massimo. La sensazione si fa sempre più onirica, un po’ come se mi distaccassi progressivamente dalla realtà. Una parte di me rimane, l’altra se ne va. Una parte rimane concentrata sui passi, l’altra mi guarda da fuori. Nessuna delle due però si ricorda dei bisogni corporali o di mangiare e bere. Ogni tanto mi ridesto e allora faccio queste cose, ma è un continuo ricadere tra le braccia di Morfeo.
Saint-Rhémy, è l’inizio della risalita al Malatrà. Riparto dopo una doppia pastasciutta e varie cola e un caffè, ma sotto un sole cocente e un abbiocco da paura. Dietro di me ho il cinese dell’altra notte, ci salutiamo ma lo perdo presto di vista. Mi raggiunge uno spagnolo euforico che sgranocchia una mela. Poi due valdostani in gita verso Malatrà a godersi i passaggi del Tor. Facciamo un tratto assieme, che passa veloce e stacchiamo pure lo spagnolo. Ma poi loro mi salutano e riprendono al loro ritmo, purtroppo più veloce del mio e così ripiombo nelle tenebre della surrealtà. Se questo è quel che si prova sotto gli effetti dei narcotici, be’ allora mica mi piace, mi sta un po’ sulle palle essere in questo posto meraviglioso e viverlo come se fossi in un sogno, tutto ovattato. Vorrei viverlo davvero, come del resto, io sto facendo. Non devo avere un bell’aspetto, specie quando riprendiamo la poderale, mi sento sbandare, e le cose non migliorano fino al rifugio Frassati che mi compare davanti come un vero e proprio miraggio. Convinto che non sia reale, capisco solo dopo un po’ che è il ristoro di cui qualche persona incrociata mi aveva parlato. Parlavano di mezze ora da qui a lì, ma chissà da dove a dove intendevano. Davanti a me un atleta barcolla pesantemente e chiede di un letto. “Scelta saggia” penso io, ma alla fine non sono ancora così ko. Cola e cioccolata, cioccolata e cola, forse un biscotto e si riparte. Davanti a me un terzetto di concorrenti tra cui lo spagnolo del pomo, alle mie spalle un orientale di un Team commerciale, che sale come una furia, ma come fa? (Guardando poi il cronometraggio ho visto che nell’ultima frazione ha fatto un tempo di oltre un’ora meglio di Franco Collé. Meglio credere ai miracoli va!). L’ultimo tratto di salita passa veloce. Il paesaggio è meraviglioso, una distesa di ghiaia scura e un anfiteatro da attraversare a mezza costa. Davanti a noi si legge la traccia che risale l’ultimo tratto roccioso. Lo spagnolo si ferma e intavoliamo una breve discussione in spagnolo (?) culminata in un mio incitamento deciso: “Vamos al Malatrà”, raggiunto il quale ci stringiamo la mano, ammiriamo le pareti ghiacciate del Bianco e l’incantevole valle ai nostri piedi. Ma no, non ho pianto sul Malatrà, ho provato solo un po’ di malinconia e forse delusione. Per il non essere più così lucido da godermelo appieno, e per l’essere ormai sazio, quasi al limite dell’indigestione di bellezza, di panorami ed emozioni (purtroppo non esiste un alka seltzer per queste cose, ne avrei avuto bisogno).
Il sentiero a scendere è uno dei migliori, sembra spianato apposta e senza sassi per evitare di farci sentire il male ai piedi. Il panorama sul Bianco si fa via, via più maestoso e articolato, mi fermo su una balza per ammirarlo quando mi accorgo di un escursionista seduto lì a due metri, intento a fare altrettanto. E a un certo punto mi fa “lo vuoi un panino? A me avanza. È col prosciutto crudo”. Mi domando: “sto sognando?”. Lo guardo e accenno un “sì grazie, magari metà”. “Dai mangialo, io sono a posto, così mi togli il peso dallo zaino”. Mentre mi ristoro con l’ottimo panino, mi racconta che è venuto apposta a fare un giro per vedere il Tor. E prima di ripartire mi fa un sacco di complimenti. Boh. Non ci capisco più niente.
Scendo in questa magnifica vallata pianeggiante camminando con calma, che correre non ne posso più. Vedo i fotografi che invece loro corrono qua e là a riprendere me, il Bianco e quella magnifica luce del pomeriggio che filtra dalle nubi con fasci dorati che tagliano il cielo in diagonale. Tira un vento forte e gelido ma io proseguo. Fa freddo, ma io proseguo. Non riesco a comandare l’azione di togliere lo zaino per mettere la giacca. Mi sa che sto dormendo ad occhi aperti. Ma alla fine mi riscuoto e mi vesto a dovere. Passo vicino a una bella malga in pietra con i muri in sasso inclinati come contrafforti a protezione, immagino, dalle valanghe.
E il Bonatti è subito “dietro l’angolo”. Vado allora a vidimare il passaggio, e ancora un po’ di cioccolata e cola. Chiedo quanto manca, mi dicono poco, ma subito sotto leggo i cartelli che dicono invece la verità: è ancora lunga fino al Bertone. Non ce la faccio più, non fisicamente, ma sono stanco, stufo, la testa è partita, ha mollato, per lei è fatta solo che di questo passo all’arrivo non ci arrivo più. Ecco! ci mancava anche la mandria in senso inverso, mi improvviso pastore e le faccio deviare con il bastone, quando mi giro e rivedo sorridente l’escursionista di prima, penso “non può essere reale…”. “Sei stanco eh?”. “Sì, sto dormendo in piedi”. “Ti dispiace se ti accompagno?”. “Ma scherzi? Mi faresti un regalo enorme”. “Allora andiamo, il Bertone è là dietro quegli ultimi prati”. Lui cammina di buon passo, almeno mi pare, e io dietro a testa bassa. Immagino sempre comparire il rifugio dietro l’ennesimo crinale, ma no… non è mai quello buono. Allora mi oriento un po’ con la fiancata del Bianco e con la Montagna che domina la Val Veny, inizio allora a capire quanto manca e la prossima volta che mi immagino il rifugio: è quella buona. Ultimo check, ultimo sorso di cola, e il mio accompagnatore è sempre con me. Solo che ora si sta facendo buio. Ancora uno sforzo mentale per comandare di estrarre la lampada ed accenderla e scendiamo assieme. Mi dice che non immaginava di fare così tardi, ora sono io che accompagno lui, facendogli chiaro (mi fosse venuto in mente di dargli la seconda lampada!). Stranamente il sentiero è balisato pochissimo, a differenza di tutto il resto del Tor, e così con le prime ombre della notte sorgono anche i primi incubi. “Ma siamo nel posto giusto? Sto davvero scendendo a Courmayeur? È davvero reale?”. Mi pizzico, giuro, mi pizzico. Eppure a un certo punto mi era parso di sentire la voce dello speaker e avevo visto le luci del paese… Ora invece è tutto buio, non si vede nulla… Ma l’incubo dura poco. Sempre aspettando l’amico Ivo alle mie spalle (che poveretto non so come abbia fatto a scendere con il solo mio faro la discesa non è delle migliori) raggiungiamo la strada e quindi le prime case di Courmayeur, vedo alcuni cartelli di località che avevo visto la settimana precedente, riconosco il parco dove abbiamo fatto picnic con i bambini, ma non c’è nessuno per strada e le indicazioni “Tor” sono ben poche… mi pare tutto così strano. Ecco finalmente qualche anima via, qualche timido “dai bravo!”. “Allora forse è reale…”, penso. La Chiesa, un gruppetto di persone, qualche applauso, il corso principale, gli applausi, gli incitamenti, la voce dello speaker. La linea del traguardo. È finita. Ancora non capisco bene cosa e come, ma è finita. Mi fanno firmare il tabellone, mi danno la spilla, ancora riprese, qualche foto, delle domande al microfono… è finita. Cerco Ivo, eccolo là che mi sorride. Non è un personaggio di un racconto del mistero, non esce dalla penna di Buzzati o dalla mia fantasia, ma una persona in carne ed ossa, una persona amica e generosa come tante conosciute durante questo lungo cammino che come spesso si dice non è tanto una gara, quanto piuttosto un viaggio. Ma quello che non sapevo prima di affrontarlo è che non si tratta di un semplice viaggio attraverso luoghi meravigliosi, è anche un viaggio tra le persone , è un viaggio all’interno di una comunità che vive assieme a te questa esperienza. Ma anche, e soprattutto, è un viaggio dentro se stessi alla ricerca del più profondo, dei propri segreti, dei propri misteri, ed è stato anche però, purtroppo, un viaggio fuori di sé, un viaggio onirico e surreale in preda ai fantasmi e all’inconscio.
Ora è tutto finito. Anche se tagliare il traguardo non mi ha dato nulla. Nessuna gioia, nessuna soddisfazione, niente di niente. Concludere il Tor è stato un po’ una delusione, la fine di un viaggio meraviglioso, ma anche l’esaurimento delle energie per poterlo vivere. Il tor si è spento come una candela che si spegne da sé quando non ha più nulla da bruciare.
Ma il Tor si è riacceso subito dopo, sono bastate una doccia e tre ore di sonno. Si è riacceso come l’araba fenice, come una fiamma vivace, ma questa volta soltanto dentro di me.