Testo di Michele Meridio
Ci sono gare che si affrontano con un obiettivo preciso, di tempo, di posizione, con una prestazione da inseguire. E altre che invece ti chiedono semplicemente di esserci, di provarle, pronto a vedere cosa succederà. Alla partenza del Dolomiti Extreme Trail ero probabilmente a metà strada tra queste due situazioni. Forse, visto la mia indole di agonista, più per la prima.
Le sensazioni delle ultime settimane erano buone, la voglia di correre non mancava, ma avevo sentito troppe storie su questa gara tra le montagne della Val di Zoldo per sentirmi davvero tranquillo. Ogni racconto finiva più o meno allo stesso modo: “bellissima, sì. Ma soprattutto dura”. Puoi arrivare preparato quanto vuoi, ma poi saranno il sentiero, il dislivello, la notte che diventa giorno e il passare delle ore a decidere come andrà davvero. Le ore che precedono lo start passano lente insieme al Pablos (mio papà, che mi farà assistenza durante la gara), a Simo (compagno di mille allenamenti e oggi avversario) e a Giulia (compagna e assistente di Simo). Sento quel miscuglio di calma e tensione che conosco bene. Ormai qualche gara l'ho fatta e riesco a capire quando sono più o meno tranquillo. Attorno a me ci sono volti concentrati. Qualcuno scherza, qualcuno controlla il materiale per l'ennesima volta. La notte è ormai buia e profonda. Sopra di noi le montagne. Immobili. Indifferenti. Non le vedi, ma le senti.
Poi arriva il conto alla rovescia. Lo start è fissato a mezzanotte in punto, tra venerdì e sabato. Mi chiedo perché, per correre 72 chilometri, sia necessario partire a quest'ora. Qualche ora più tardi avrei avuto la risposta. I primi chilometri scorrono veloci. Le gambe girano bene e cerco di non farmi trascinare dall'entusiasmo, anche se non è semplice. Per me queste gare lunghe sono ancora qualcosa di relativamente nuovo. Arrivando da distanze più corte, il ritmo mi sembra sempre troppo lento. Quando imparerò che "è lunga”? Il mio allenatore, Tommy, me lo aveva ripetuto più volte durante il briefing pre-gara: "Ragiona sul lungo". Ma il percorso della Dolomiti Extreme Trail si incarica subito di ricordarmelo.

Anche se la notte scorre veloce si sente la fatica, si sente che si sale, ma il buio in qualche modo attutisce tutto. Passo le prime ore di gara con Gionata. Ci teniamo compagnia, ogni tanto scambiamo qualche parola. Poi iniziamo a incontrare gli atleti della 100K, partiti due ore prima di noi. Alcuni procedono con calma, probabilmente con obiettivi molto diversi dai nostri. I sentieri a volte si stringono e rendono difficile il sorpasso, altre volte si aprono e permettono di riprendere ritmo. Procediamo spediti fino a Fusine, al chilometro 34. Qui incontro il Pablos al primo punto di assistenza. Mi cambia le flask, facciamo un rapido check e riparto quasi subito. "Non esagerare, è ancora lunga”. Continuo a ripetermelo. Le informazioni che arrivano dai ristori raccontano una gara abbastanza definita. Davanti c'è sempre Gionata, con cui ho condiviso gran parte della notte. E dietro il margine sembra sufficiente per non dover pensare troppo alla classifica. È una situazione particolare perché sono abbastanza vicino alla testa della gara da sapere che non è lontana, ma non abbastanza brillante da pensare davvero di attaccare. Il mio obiettivo oggi e’ quello di finire la gara. La mia prima gara “notturna”. Così smetto di fare conti e torno a concentrarmi solo su una cosa: “correre bene e facile”.
Davanti a me c'è la salita che porta ai piedi del Pelmo. E’ in piedi, molto dura. Ma finalmente arriva l'alba. E probabilmente il momento più emozionante di tutta la giornata. Il sole inizia a illuminare le pareti e le creste. Alla mia sinistra si staglia il Civetta, mentre davanti il Pelmo si accende lentamente di luce. Per qualche minuto mi dimentico quasi di essere in gara. Sono quei momenti che da soli valgono il prezzo del pettorale. Mi emoziono. Vorrei fermarmi e godermi quel panorama il più a lungo possibile. Non capita spesso di trovarsi alle cinque del mattino in mezzo a montagne del genere. Come direbbe il mio amico Rigo (Francesco Rigodanza), “avevo gli occhi a cuore”.
L'agonista che è in me, però, mi ricorda presto che sto partecipando a una gara e che trovare il proprio ritmo resta fondamentale. Siamo solo a metà percorso alla fine. Da lì inizia una lunga e bellissima discesa, prima su strada bianca e poi nel sottobosco. Un tratto divertente che mi permette di recuperare un po' le gambe dopo la durissima salita verso il Rifugio Venezia. A Zoppè, chilometro 45 e secondo punto di assistenza, ritrovo il Pablos e Giulia. Quando la stanchezza inizia a farsi sentire, vedere volti familiari trasmette una sicurezza difficile da spiegare. Anche qui il pit-stop è rapido. Rifornimento, frontale nello zaino perché ormai non serve più, e via. Parte il tratto che personalmente ho apprezzato meno dell'intera gara: quello che porta al Rifugio Talamini. Non perché non sia bello, tutt'altro. Semplicemente, dopo ore passate su sentieri tecnici e continui cambi di terreno, quei chilometri di asfalto non sono stati interpretati benissimo dalle mie gambe (sad story). Una volta arrivato al rifugio, una signora mi offre gentilmente caffè, polenta, salame e brodo. Tutto insieme. Ed erano appena le sei del mattino. La mia pancia dice che forse e’ meglio lasciare stare. Riparto sorridendo verso la salita del Monte Rite.
Qui arriva il momento più difficile della giornata. Una salita lunga, a tratti molto ripida, che sembra non finire mai. Fortunatamente le montagne, ormai illuminate dal sole, continuano a fare la loro parte. Più volte durante l'ascesa mi ritrovo a osservare l'Antelao. Il Re delle Dolomiti. Una montagna simbolo che per me ha sempre significato qualcosa di speciale. Raggiunto il GPM del Monte Rite, la strada torna finalmente a scendere. Prima su strada bianca e poi lungo il sentiero che porta a Passo Cibiana, chilometro 60 e ultimo punto di assistenza. Qui non riesco a dire di no al brodo caldo preparato dai volontari. Una scelta che si rivelerà decisamente azzeccata. Mi aspetta infatti l'ultima salita e soprattutto la discesa più temuta della gara: La Calada. Un sentiero surreale che sembra precipitare verso il fondo della valle. Sono abbastanza convinto che gli organizzatori l'abbiano inserita apposta per chi non aveva ancora finito di cuocersi le gambe. Probabilmente avranno pensato qualcosa del tipo: "Se siete arrivati fin qui ancora relativamente freschi, adesso ci pensiamo noi.” E infatti ci pensano loro. Dopo questa folle discesa, la separazione tra il percorso della 100K e quello della 72K mi ricorda che il traguardo non è poi così lontano. Inizia un lungo traverso nel sottobosco, molto divertente e finalmente corribile (mangia e bevi come diciamo dalle nostre parti). Le gambe tornano a girare discretamente e, soprattutto, mi accorgo che il freddo della notte e della quota sta lasciando spazio a quel caldo umido tipico del bosco quando il sole inizia a salire alto.
Anche se mancano ormai pochi chilometri, la gara non ha alcuna intenzione di mollare. Poco prima dell'arrivo, superato il ponte che porta verso il centro di Forno di Zoldo, ecco comparire un'ultima rampa asfaltata. Come a dire: "Pensavi fosse finita? E invece no”. Sadici fino in fondo questi organizzatori. Poi, finalmente, cambiano i suoni. Si iniziano a vedere gli striscioni, si sentono gli applausi, la voce dello speaker. E capisci che ci sei davvero. L'ultima curva. L'arco d’arrivo. La fine del viaggio. Ma il dialogo con la fatica non si interrompe lì. Va avanti ancora per un po', mentre cerco di capire come sto e soprattutto di rendermi conto di ciò che ho appena vissuto. Le Dolomiti le conosco abbastanza bene. Ci cammino da anni, mi alleno sui loro sentieri e ho passato giornate intere a esplorarle. Eppure questa gara me le ha fatte vedere da una prospettiva diversa. Mi ha ricordato quanto possano essere dure, tecniche, fisiche. Ma anche incredibilmente belle. Rimango convinto che esistano gare da preparare con un obiettivo preciso e gare che chiedono semplicemente di essere vissute. La Dolomiti Extreme Trail, dopo averla corsa, appartiene decisamente alla seconda categoria. Devi esserci. Devi provarla. E poi lasciare che siano le montagne a decidere il resto.
CLASSIFICA MASCHILE 103 KM
1. Simone Corsini (Ita) 13:45:30
2. Alberto Freschi (Ita) 13:53:51
3. Danilo Lantermino (Ita) 14:35:06
CLASSIFICA FEMMINILE 103 KM
1. Dariia Bodnar (Ukr) 17:43:32
2. Susanne Juliane Hofmann (Ger) 17:56:31
3. Giorgia Nichetti (Ita) 18:33:28
CLASSIFICA MASCHILE 72 KM
1. Gionata Cogliati (Ita) 8:47:25
2. Michele Meridio (Ita) 9:17:49
3. Davide Rivero (Ita) 9:28:49
CLASSIFICA FEMMINILE 72 KM
1. Giulia Jedrejcic (Ita) 12:28:52
2. Marie Sophie Reiser (Aut) 12:46:48
3. Asta Riboké (Ltu) 13:01:02
CLASSIFICA MASCHILE 35 KM
1. Bogdan Damian (Rou) 6:13:14
2. Marc Bernades (Esp) 6:14:33
3. Patrick Ramoser (Ita) 6:31:44
CLASSIFICA FEMMINILE 35 KM
1. Ioana-Madalina Amariei (Rou) 7:12:30
2. Giulia Marchesoni (Ita) 7:40:42
3. Lisa Borzani (Ita) 8:36:59
CLASSIFICA MASCHILE 22 KM
1. Eddj Nani (Ita) 1:42:14
2. Gabriele Del Longo (Ita) 1:43:00
3. Abraham Ekwam (Ken) 1:48:06
CLASSIFICA FEMMINILE 22 KM
1. Sara Campigotto (Ita) 2:06:46
2. Irene Glarey (Ita) 2:13:18
3. Martina Brustolon (Ita) 2:16:55