IL MIO TOR DES GÉANTS: 145 ORE FUORI DAL MONDO

Testo di Luciano Burro

Sono ormai passati diversi giorni dalla fine del mio Tor des Géants.
Come mi sento? Le gambe stanno bene, e quasi da subito. Ma il sonno… quanto sonno. Sempre tanto sonno.
I ricordi, invece, sono ancora vivi. Mi sembra di essere entrato e uscito da un tunnel nel quale sono stato strizzato, spappolato e centrifugato. Ne sono uscito diverso. Non so ancora se migliore o peggiore, ma sicuramente diverso.

L’impiegato di città
Ho ancora negli occhi il sabato prima del TOR, quando sono andato a ritirare il pettorale e la celebre sacca gialla. Quando il VolonTOR ha scritto il mio numero sulla sacca ho provato l’ennesima scarica di ansia.
In quel momento era soltanto una sacca gialla. Qualche giorno dopo sarebbe diventata molto di più: una compagna di viaggio, un piccolo tesoro pieno di cose indispensabili. L’avrei amata per quello che conteneva e detestata ogni volta che, stremato, avrei frugato al suo interno senza trovare ciò di cui avevo bisogno.
Quando vai a ritirare il pettorale di una gara di trail succede sempre la stessa cosa. Ti guardi intorno e vedi persone magre, allenate, concentrate e convinte. Gente che sembra nata in montagna. Atleti veri.

Poi guardi te stesso e ti senti un pesce fuor d’acqua.
Che cosa ci fai lì, tu, impiegato di città che corre al Parco Sempione o lungo il Naviglio e che nel fine settimana, quando va bene, fa un lungo in Montagnetta? Uno che usa le gare di trail come allenamento per le gare successive e che, in questo modo un po’ approssimativo, pensa di preparare una corsa di 330 km e 24.000 metri di dislivello positivo?
Ma ormai ti sei iscritto da mesi. Hai fatto la strisciata con la carta di credito e quindi ci sei. Si balla.
Dopo il ritiro del pettorale e del pacco gara ti richiudi nella tua tana per trascorrere l’ultima notte in un letto vero. Prepari il materiale, lo controlli, vai a dormire e la mattina successiva lo ricontrolli di nuovo, sperando di non avere dimenticato nulla.
Speranza vana, io ho dimenticato di tutto, dalle mutande, alle magliette, ai pantaloncini…
Poi ti presenti alla partenza della prima wave per salutare gli amici. Soltanto per salutarli, naturalmente, perché il vero impiegato di città ha un punteggio infimo e parte con la seconda wave.
Quando finalmente tocca a te, cedi all’emozione della musica, agli incitamenti di Ivan e Silvano e all’atmosfera di Courmayeur. Si parte.
Ed entri in quel tunnel che, inesorabilmente, ti risucchia e ti sconvolge dentro e fuori.

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Dentro il tunnel
Per me il tunnel è durato 145 ore.
Ore scandite quasi sempre dal margine minimo di quattro o sei ore sull’uscita dalle basi vita. Il tempo necessario per arrivare, fare la doccia, farsi massaggiare, mangiare, dormire e ripartire una o due ore prima del cancello.
Che cosa mi è rimasto di quelle 145 ore?
Non voglio raccontare la sequenza del percorso, ristoro dopo ristoro e colle dopo colle. Anche perché, a un certo punto, io stesso avrei difficoltà a ricostruirla con precisione.

Ho invece voglia di segnarmi quello che mi è rimasto e che ho riportato con me a Milano.
Pensieri, ricordi, immagini e la necessità di rimettere in ordine, con molta calma, tutte le sensazioni.
Il TOR, nonostante quello che si possa pensare guardandolo da fuori, non è una gara per superuomini e superdonne. Probabilmente, almeno per chi lo vive nelle retrovie, non è nemmeno una gara nel senso tradizionale del termine.
È una sfida con se stessi. È un viaggio.
La variabile tempo esiste, naturalmente, ma serve soprattutto per darti la rotta e le scadenze. Non stai lottando contro il cronometro come accade in quasi tutti i trail, lunghi o corti che siano. E non consideri le persone che incontri come avversari che potrebbero arrivare davanti a te.

Siete tutti parte della stessa avventura, con un obiettivo comune. Si cammina. Qualcuno, ogni tanto, trotterella. Io personalmente quasi mai.
Seguendo i consigli ricevuti, mi ero dato un solo obiettivo: correre soltanto in via Roma, a Courmayeur. Alla partenza e, se tutto fosse andato bene, all’arrivo.
Per il resto, solo grandi camminate. Il secondo giorno un ragazzo mi ha detto una frase che mi è rimasta impressa: «Corri sull’Alta Via numero 2 e poi muori sull’Alta Via numero 1, a meno che tu non sia valdostano».
Me la sono segnata prima di arrivare a Cogne. Io non avevo nessuna intenzione di mollare. Quindi, Luciano, cammina. Sempre.

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Un popolo senza bandiere
Il TOR è popolato da persone normali che stanno provando a fare una cosa completamente folle: superare i propri limiti, quelli conosciuti, e scoprire se sia possibile spostarli ancora un po’ più avanti.
La cosa che mi è piaciuta più di tutte non è stata un panorama. Non è stata una cima. Non è stato nemmeno il traguardo. È stata l’atmosfera.
In sei giorni ho visto pochissimo agonismo e una quantità enorme di fratellanza.
Ho visto persone aiutarsi, persone aspettarsi, o almeno cercare di farlo, anche se poi eravamo talmente stanchi e confusi che spesso non riuscivamo nemmeno a trovarci agli appuntamenti per le ripartenze.
Ho visto persone incoraggiarsi e condividere una salita alle tre del mattino dopo avere dormito meno di un’ora.
Non contavano le nazionalità. Non contavano le lingue. Non contavano le classifiche.
Sembrava esistere un solo popolo, il popolo del TOR. Un popolo senza bandiere.

Una maglia non passata inosservata
Durante il TOR ho corso sempre con le diverse maglie della ASD Trail Monte Casto, cosa che cerco di fare in tutte le gare per onorare la mia squadra, più per la perseveranza che per i risultati cronometrici, diciamocelo.
Pensavo fossero semplicemente le mie maglie sociali. Invece ho scoperto che, nel mondo del trail, quella maglia è una specie di carta d’identità.
È successo non so quante volte. Qualcuno mi guardava, leggeva la scritta e partiva subito la domanda: "Sei biellese?".
E io dovevo spiegare che no, sono l’impiegato di città di cui sopra, quello che arriva da Milano. Però sì, corro per l’ASD Trail Monte Casto. Corro con Mau.
A quel punto, quasi inevitabilmente, arrivava la seconda domanda: "Allora ci vediamo a fine ottobre al Trail Monte Casto?".
Evidentemente quella maglia, molto più di quanto immaginassi, è conosciuta e riconosciuta nel mondo del trail. Dietro ci sono una gara, un territorio, la festa di fine stagione del trail, ma soprattutto un gruppo di persone.

Se indossi quella maglia, prima o poi qualcuno deve chiederti di Maurizio Scilla, Mau. Nel nostro piccolo grande mondo è una celebrità per quello che ha fatto e continua a fare, ma aggiungo io soprattutto per essere riuscito a portare tantissime persone, me compreso, a toccare con mano la bellezza della corsa in montagna. Anche a passo lento o poco più.
Così, mentre attraversavo la Valle d’Aosta a passo più o meno stanco, portavo in giro anche un pezzetto del Trail Monte Casto. E devo dire che ne sono stato orgoglioso.
Ma quella maglia è stata anche uno straordinario rompighiaccio. Bastava una scritta riconosciuta, sul Monte Casto o su Mau e improvvisamente una persona mai vista prima non era più del tutto sconosciuta. Ed è forse anche questo uno dei piccoli miracoli del trail: a volte basta una maglietta per sentirsi ancora più vicini.

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I veri eroi del TOR
I veri eroi sono i VolonTOR e i MassaggiaTOR.
Persone che si prendono una settimana di ferie per aiutarci. Se il TOR esiste è soprattutto grazie a loro. I VolonTOR sono ovunque. Ti accolgono, ti rincuorano, ti riempiono il piatto e le flask. Ti fanno sentire importante quando tu ti senti soltanto sfinito.
Ti strappano un sorriso e ti risintonizzano quando dimentichi che stai facendo una cosa pazzesca in un posto pazzesco.
Noi privilegiati che abbiamo corso il TOR dovremmo, almeno una volta, restituire qualcosa vestendo proprio i panni dei VolonTOR.
I MassaggiaTOR, invece, meritano un capitolo a parte.
Gentili, pazienti e premurosi. Pronti a lavorare per ore massaggiando gambe distrutte, curando vesciche e impacchettando piedi che hanno ormai smesso di assomigliare a piedi.
“Eroe” è una parola spesso abusata, ma chi passa giornate intere cercando di rimettere insieme gambe e piedi, peraltro non sempre profumatissimi, qualche merito se lo deve prendere.

Piedi, sonno e massaggi
Se dovessi dare qualche consiglio a chi non ha mai corso il TOR, metterei queste cose in cima alla lista: la salute dei piedi, il sonno e i massaggi. In ordine preciso quando si arriva alle basi vita. Esattamente in quest’ordine.
Il cibo si trova in abbondanza. Non c’è bisogno di portarsi dietro troppi alimenti chimici, gel o prodotti simili. Ai ristori c’è cibo naturale praticamente ovunque.
Dopo qualche giorno può sembrare un po’ ripetitivo, ma non è colpa del menù. Il problema è che mangi ogni tre ore e, dopo sei giorni, qualsiasi menù diventerebbe ripetitivo. Poi siamo in montagna, quindi prendi quello che c’è, ringrazia e mangia.
Anche ricaricare la frontale, l’orologio e il cellulare, ammesso di non perderlo come ho fatto io al Rifugio Magià, non è un grosso problema. Nelle basi vita ci sono infinite ciabatte e anche nei rifugi si trovano spesso cavetti liberi.
Il vero problema è un altro.
Dormire.

Il vero nemico
A un certo punto avrei dormito ovunque. Su una panca, su una pietra, dentro una stalla, in una casa abbandonata
Verso il Rifugio Coda ho sognato di trovare una casa con la porta aperta e, al suo interno, un divano libero. Penso di avere desiderato quel divano con lo stesso sguardo con cui un assetato osserva un’oasi nel deserto.
Della fatica si parla sempre. Del sonno molto meno. Eppure è probabilmente lui il vero nemico. La carenza di sonno è una cosa strana. All’inizio sei stanco. Poi sei molto stanco. Infine entri in una dimensione parallela. Arrivano gli svarioni e poi le famose allucinazioni del TOR. Le ombre si muovono. Le macchie di umidità sul terreno sembrano immagini reali. Senti voci e vedi luci che non esistono. Ti giri per cercarle, ma non c’è nulla. Ogni sasso sembra la testa di un serpente.
Inciampi, sbandi e ti spaventi perché sai quanto possa essere pericoloso perdere l’equilibrio in salita, figuriamoci in discesa.
Tra i momenti peggiori ricordo quelli sul Col Pinter. Cerchi di svegliarti prendendoti a sberle o buttandoti addosso l’acqua gelida dei ruscelli.
Ed è probabilmente proprio allora che capisci quanto questa avventura, per quanto meravigliosa, abbia una componente di rischio che non deve mai essere sottovalutata.

Le crisi sono nella testa
Le mie crisi vere non sono state nelle gambe. Non sono state nei piedi. Non sono state nei chilometri. Sono state nella testa.
Sono i momenti nei quali inizi a costruirti degli alibi. Cerchi una giustificazione per fermarti. I tre colli sopra i 3.000 metri prima di Cogne. Il caldo. Il sole. La mancanza di allenamento. Qualunque cosa può diventare una buona ragione per smettere.
Lo confesso: ho perfino sperato che un medico mi fermasse vedendomi sfinito.
Sarebbe stato più facile.
Avrei potuto dire: «Non è colpa mia. Mi hanno fermato».
Invece il TOR è spietato. La decisione di partecipare è stata tua e anche la decisione di ritirarti deve essere tua.
Nessuno si prende quella responsabilità al posto tuo.
Grazie a Elena, la mia compagna, che con un suo messaggio netto mi ha risposto… “Essere stanco al TOR non è un buon motivo per fermarti. Anche fare fatica non è un buon motivo… pensa al motivo per cui sei lì”. Questo messaggio mi ha dato una scossa per uscire dalla crisi.

Un problema alla volta
Dopo la prima, e forse unica, vera grande crisi, arrivata durante la seconda tappa verso Cogne, mi sono rasserenato. Ho iniziato a rielaborare un pensiero che, probabilmente, vale non soltanto per il TOR, ma per qualsiasi grande progetto della vita. Il TOR non si conclude affrontando 330 chilometri, che nel mio caso sono diventati 352 secondo l’orologio, con circa 25.000 metri di dislivello positivo. Perché 330 chilometri sono una cosa spaventosa. Il TOR si conclude raggiungendo il prossimo ristoro. Poi affrontando la prossima salita. Poi arrivando in fondo alla prossima discesa.
Devi smettere di guardare il problema enorme. Devi iniziare a risolvere problemi piccoli.
Uno alla volta. E ogni piccolo problema risolto migliora l’umore e ti porta un po’ più vicino alla meta. Così, molto lentamente, sono arrivato più lontano di quanto avrei creduto possibile.

Le due cose che non mi sono piaciute

Per onestà bisogna dirlo: ci sono state anche due cose che non mi sono piaciute.
La prima sono state due docce fredde. Gelide. Una a Valgrisenche e una a Ollomont.
Due pugnalate al cuore, sopportate soltanto per amore dei MassaggiaTOR. Mai e poi mai avrei voluto costringerli a toccare il mio corpo al gusto di formaggio, sudore e stalla.
La seconda è stata la mancanza, in alcuni tratti, di posti nei quali dormire. Per esempio, lungo il percorso verso il Rifugio Coda. Durante il TOR una branda e una coperta non sono un lusso. Possono fare davvero la differenza e, in alcuni ristori, non ce n’erano proprio.

La fortuna del meteo
Il meteo perfetto e i luoghi da cartolina sono stati la ciliegina sulla torta. Siamo stati baciati dalla fortuna. Sempre sole. Qualche momento caldo, ma niente di drammatico. Soprattutto, niente pioggia. E i panorami? Onestamente non saprei nemmeno che cosa scrivere.Erano semplicemente pazzeschi. Ma questo, in fondo, lo sapevamo già prima di partire.

Mai più. Forse.
Durante la corsa ci ho pensato spesso e in tanti me lo hanno chiesto: “Ci rivediamo l’anno prossimo?”. Dentro di me la risposta era chiarissima. Devo arrivare in fondo per finirla, perché mai più voglio tornare in questo inferno di sonno.
Poi sono arrivato a Courmayeur.
Gli amici vecchi e nuovi hanno cominciato a diluire la sofferenza, lasciando sempre più spazio alla soddisfazione e al ricordo dell’esperienza.
Già sul traguardo la convinzione del “mai più” aveva cominciato a vacillare.
I VolonTOR e i MassaggiaTOR che mi riconoscevano continuavano a chiedermelo: “Sei ancora sicuro che l’anno prossimo non ci rivediamo?”.
La mia testa non era più così sicura.
Il giorno dopo, alla premiazione, quel “mai più” era diventato ancora meno convincente.
Ricordo un MassaggiaTOR che, abbracciandomi, mi ha detto:“Sei stato fortunato e bravo perché al primo tentativo hai chiuso l’anello. Se tornerai l’anno prossimo, ricordati di non sottovalutarlo, perché ti verrà naturale farlo. Ci vediamo l’anno prossimo”.
Adesso, a distanza di qualche giorno, sento che forse il mal di TOR è già entrato dentro di me.
Forse il TOR è proprio questo.
Ti entra dentro.
E rimane lì.

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