MCC. Finalmente a casa, finalmente all'UTMB.

di Mauro Pigozzo

 

Finalmente mi son sentito a casa. Finalmente i diversi sono loro. Finalmente è normale girare con uno zainetto con due borracce e un paio di pantaloncini corti. Finalmente il pettorale è qualcosa di banale, non da esaltati. Finalmente ho vissuto l’Utmb.

 

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Da ogni gara ci si porta a casa qualche emozione. Vuoi per la pioggia che rende tutto più epico, vuoi per qualche paesaggio che ti rapisce l’anima, vuoi per uno stato di forma positivo o per qualche inaspettata vescica. Ma vivere l’Utmb è qualcosa che va oltre tutto il resto, è volare in uno stato di perfezione e serenità che ogni trail runner dovrebbe provare. Per una volta, è normale correre per giorni sui monti, e i pazzi siete voi.

Dal 26 agosto al primo di settembre Chamonix è presa d’assalto da diecimila runner da cento nazioni diverse, si corrono sette gare leggendarie che non hanno bisogno di presentazioni. È il summit mondiale del trail running. Una città che si inchina ai corridori del cielo e li abbraccia con un affetto e una stima che ho visto solo per altri grandi eventi, ma di quelli che si corrono sul cemento, le grandi maratone internazionali che invadono città come Roma o Berlino, Firenze o New York. Raramente qualcosa di simile accade nel mondo trail, e almeno per me è stata la prima volta.

Mi viene la pelle d’oca solo a descrivere la macchina organizzativa. Duemila persone capaci di gestire centinaia di chilometri di sentieri, con un cuore logistico nella città ai piedi del Monte Bianco, che sornione osserva il colorato popolo runner. Il giorno prima della gara ti controllano lo zaino, con l’elenco del materiale obbligatorio che va rispettato persino nel portare il bicchiere da 150 millilitri, e se non hai la ciotola non ti danno il brodino ai ristori. Quando passeggi nel villaggio (160 stand tra aziende e promoter di gare, c’è tutto quello che si può sognare) tutti ti guardano come un eroe, quelli con lo zainetto o con il bracciale sono divinità, non tossici da endorfine. Gente che ama la fatica e la montagna, sono i migliori atleti del mondo che nel cuore hanno solo il desiderio di circumnavigare il monte più alto d’Europa a forza di lacrime e crampi, emozioni e sudore, fatica e gioia rarefatta.

Premessa lunga, forse: ma se amate la corsa in montagna e volete sentirvi a casa organizzatevi per tempo, tentate la lotteria e allenatevi come potete. Chamonix vi restituirà tutto e anzi: vi regalerà una delle migliori esperienze della vostra vita.

Io ci sono stato per correre la gara che viene considerata una sorta di passeggiata per i residenti e gli addetti ai lavori, la Mcc. Quaranta chilometri, duemilatrecento metri di dislivello, una cavalcata a fil di cielo da Martigny Combe, in Svizzera, fino a Chamonix. C’era un sole pazzesco, c’erano mille cuori e i sorrisi delle grandi occasioni. Partenza di lunedì mattina, alla faccia di chi era appena tornato dalle ferie e doveva viversi il peggior blue monday dell’anno.

Il percorso ricalca in sostanza gli ultimi tratti delle gare regine. Probabilmente gli altri lo ricorderanno con orrore, che le ultime sei, sette ore di corsa dopo un giorno, un giorno e mezzo che vaghi in un inferno di roccia e cielo devono essere durissime. Ma per noi era solo emozione pura, dolce sfida.

 

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Pronti, via. Tornanti di asfalto e vigneti ad alberello, i bambini del paese che ti danno il cinque e l’aria buona che ti entra nei polmoni fino al primo ristoro, dopo poco più di un’ora a mangiare sentieri semplici, attorno ai mille metri. Passaggi mozzafiato, con salite circondate da persone che ti mandano su a forza di grida esaltate: scene viste per Kilian, mica per gli skyrunner della domenica come noi. Il tutto in diretta sui social dell’organizzazione (un inciso: stupendo il Live Run, permette agli amici di vedere in tempo reale tramite gps la tua posizione ed evita tante ansie inutili in chi attende, dovrebbe essere reso obbligatorio in tutte le gare).

Poi un bel tratto di corsetta in leggera salita, tra ponticelli sospesi e vallate che precipitano verso il basso. Finalmente arriva la salita cattiva, dove i meno impavidi si fermano per rifiatare e dove chi ha dosato lo sforzo inizia a godere delle lame nei muscoli. Nevai in fondo, la cima più sopra. Si arriva a oltre duemila metri dopo una dozzina di chilometri ed ecco, il tratto di quattro o cinque chilometri in cresta tra pietraie e qualche passaggio con corde e catene. I bastoncini non servono più, in fondo compare all’improvviso il rifugio del secondo ristoro accompagnato da un’aria gelida e pungente, che ti asciuga in una giornata caldissima e ti fa lacrimare gli occhi dall’emozione e dal freddo. Formaggio, salame, frutta secca, pane, biscotti. Ho mangiato di tutto, saranno forse passate tre o quattro ore dal via (a proposito: provateci, a correre con l’orologio che vi dice solo l’altezza e non il tempo… meraviglioso) e iniziava uno dei più bei pomeriggi della mia vita tra i monti. Un discesone pulito e semplice, quasi morbido. Gli escursionisti ad elogiarti, a urlare il tuo nome, ad applaudirti. Sullo sfondo, il perenne cappuccio di neve del Monte Bianco illuminato da un sole sconfinato, senza nubi a turbare il suo gelo perenne.

E poi giù, ancora, tra prati solcati da cespugli di mirtilli dove mamme coi bambini appesi sulle spalle raccolgono sacchettini di nettare rosso. E ti vien voglia di fermarti e mangiare con loro, ma l’adrenalina della discesa è più forte e allora via, senza respirare. Mancano ancora una ventina di chilometri al traguardo e inizia un single track a curve ripetute, ma neppure te ne accorgi e già senti giù ancora grida e campanacci di mucche che qualche parente di runner in gara sta sbattendo. Allez, allez, allez. Bravo, bravo, bravo. Il passaggio nel paesino, ancora applausi e gente, ancora discesa bella e serena.

Fino alla fine, con quegli ultimi quattro, cinque chilometri in falsopiano. Chissà cosa hanno nel cuore quelli che ci arrivano dopo i 170 chilometri dell’Utmb, chissà cosa provano le divinità che hanno affrontato i 300 chilometri della Ptl e ci arrivano dopo quasi una settimana di corsa. A me bastava quel dolore gestibile alle gambe, il superare e l’essere superato dagli amici dell’ultimo tratto, quelli con cui condividi l’attesa per il traguardo e la fatica che scivola via, verso il cielo, che nulla ti potrà più fermare. Affinità elettive.  

 

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Infine, Chamonix. Un trionfo. E ritorna quella sensazione iniziale, che per una volta ti fa capire che tu sei quello normale, che hai trovato un posto nel mondo, che sei accettato, che non hai sbagliato nulla, che non ci sono punizioni ad attenderti, che quelli che sbagliano sono gli altri. Quelli che vanno al mare, quelli che ti dicono che sei pazzo a correre mezze giornate sulle vette, quelli che pensano che se mai esistessero gli alieni, beh: sarebbero vestiti come uno skyrunner e avrebbero gli stessi occhi, iniettati di sangue e desiderio inarrestabile di raggiugere le vette.

Senti la voce dello speaker, ci sono due ali di folla che non finiscono mai. Curve e controcurve, applausi, ed è finita. Era la Mcc, la sorellina infantile e debole di quell’enorme ed eroica gara che conoscete come Utmb. Il sole su Chamonix è ancora alto, ti arriva una birra in mano e ripensi alla vita là fuori, lontana dall’eterna neve del Monte Bianco. E per un attimo speri che il sogno non finisca mai. Manca solo un anno, servirà portare pazienza.