Testo di Dario Pedrotti
Tolto l’UTMB, delle gare di trail in territorio francese in Italia si sa pochissimo. Molte sono vicinissime ai nostri confini, su quelle stesse Alpi su cui corriamo anche noi, ma pochi e poche connazionali vi si spingono, e ad arrivarci sembra di andare in un altro mondo.
Un po’ perché le regole lì sono un po’ diverse da qui (e invece di farti una visita medica sportiva devi guardarti tre filmati e crocettare tre quadratini che dicono che hai capito), un po’ perché, come tradizione, una volta lì nessuno si sogna di parlarti in una lingua diversa dal francese.
Per chi però decide di “attraversare le Alpi”, proprio la sensazione di essere tanto “altrove” aumenta il fascino di gare che spesso sono già di loro sono bellissime, ed è questo sicuramente il caso dell’Echappée Belle, una gara di cui ormai più di una decina di anni fa avevo sentito parlare come “la più tecnica delle Alpi”, ma a parlarmene era stata una francese, quindi chissà quanto c’era da fidarsi.
Dopo averla corsa quest’anno so che la risposta è “moltissimo!“ e che mai nome di gara fu più azzeccato: in italiano è qualcosa come “scampata bella”.
© Echappée Belle Bruno Lavit Photography
Ad onor del vero a far pensare che fosse una gara duretta concorrevano in modo unanime tutte le informazioni a disposizione in rete. I dati nudi e crudi parlavano di una traversata completa del massiccio di Belledonne, da Vizille (Isère) ad Aiguebelle (Savoia), per 152 km e 11.390 m d+, con una altitudine massima di 2.950; qualche racconto carbonaro ne parlava di una gara che era come “un Kima più un Ravasio”, mentre informazioni ufficiali dicevano che un certo François D'Haene, che ha corso l’UTMB ad una media di 8,2 km/h, l’Echappée Belle l’aveva vinta alla velocità media di 6 km/h.
Io l’ho “scampata bella” e, con ancora nelle orecchie il gratificante suono del campanaccio che si trova all’arrivo, e a cui tutti e tutte le finisher si aggrappano esausti, posso finalmente parlarne con cognizione di causa, anche se necessariamente in modo non esaustivo, dato che raccontare tutte quelle 37 ore 26 minuti e 23 secondi sarebbe un po’ lungo. Mi limiterò quindi alle cinque cose per me più importanti.
Primo
La gara è fantastica. La cima del Col de la Croix nella mia personalissima classifica dei posti più belli che io abbia mai visto, se la gioca con le mie amate Dolomiti, mettendoti davanti una pietraia incredibile di tanti colori diversi che, a 30 chilometri dalla partenza e con 3.300 m d+ già nelle gambe sei pronto a goderti con ogni cellula. Per più di 40 km corri sopra i 2.000, l’ambiente è per lo più selvaggio, che vuol dire che vicino e lontano non vedi opera di umani, ma pietraie, vegetazione d’alta quota, laghetti alpini a profusione, marmotte e camosci. Il percorso è bellissimo e, anche se continua a cambiare direzione per cercare di farti perdere la bussola (riuscendoci), è una linea assolutamente logica che affronta il massiccio di Belledonne nel suo punto più a sud ovest e lo molla solo al suo punto più a nord est.
Secondo
La gara è durissima. La salita al Col de Moreton, 1.500 metri a pendenza da strisciarci, al chilometro 92, nella mia personalissima classifica delle salite più dure che io abbia mai fatto, si colloca saldamente al primo posto, lasciandosi dietro di un bel po’ il Col Loson e il Col de la Seigne. La maggior parte delle salite iniziano con tratti a pendenza cattiva, che poi magari molla leggermente, ma non prima di aver testato la tua tenuta fisica e, soprattutto, mentale, per un bel po’. E tutto questo lo fa dall’inizio alla fine, e se alla seconda base vita, a “soli” 50 km dalla fine, osi iniziare a pensare che più o meno è fatta perché le parti più dure le hai passate, l’EB ti stronca con quelle un po’ meno dure, come i 700 m d+ e i 1200 d- negli ultimi 20 km. Quest’anno è arrivato al traguardo il 53% delle persone che sono partite. Nel 2024 il 48%. Non sono due casi, fidatevi.
© Echappée Belle Thibaut Blais
Terzo
La gara è molto tecnica, anche se è un tecnico “diluito”. Non ci sono passaggi molto difficili, ma ci sono ore e ore di terreno impegnativo dove fare moltissima attenzione. Tolte un paio all’inizio e un paio alla fine, tutte le discese sono almeno su sentieri pieni di sassi e per tantissimi chilometri si procede sulle pietre, che sono mediamente più piccole ma più instabili di quelle che si possono trovare in Val Masino o in Adamello. Che vuol dire che non solo devi capire ad ogni passo dove mettere il piede, ma anche verificare al volo se la scelta fatta è stata davvero una buona idea. E questo, vale la pena ripeterlo, per tanti, tanti, tanti chilometri, parecchi dei quali devi percorrerli di notte, e un Kima di notte è tutta un’altra storia. E poi devi essere costantemente in pieno controllo della tua mente, perché i momenti in cui avere parecchia paura è assolutamente sano e sentirsi sfiancati è sacrosanto, sono parecchi, così come quelli in cui è doveroso che ti rimbalzi nella mente l’idea che se ti succede qualcosa lì, prima che possano tirarti fuori dai guai di tempo ne passerà parecchio. Ma questi pensieri devi riuscire a tenerli al guinzaglio, senza soffocarli perché sarebbe un errore, e senza lasciartene sopraffare, perché sarebbe la fine.
Quarto e ultimo ma non ultimo
L’atmosfera che si respira tutto intorno all’evento, che oltre all’Integrale comprende altre quattro distanze fra i 21 e i 96 km, è straordinaria. Aiguebelle, dove si trovano l’arrivo e il centro gare, è un posto dove non ti sorprenderesti di incontrare Asterix e Obelix che passeggiano per la via principale. Ai e alle partecipanti viene messo a disposizione tutto ciò che possono desiderare, fra cui una stazione dei treni a 500 metri dall’arrivo, una enorme palestra con centinaia di brandine dove dormire o riposare, un’altra enorme palestra dove aspettare il momento della partenza, un pasta party prima del via e polenta-salsiccia-e-formaggio dopo l’arrivo, uno stuolo di massaggiatori e massaggiatrici al traguardo; ma probabilmente la cosa che è addirittura quasi commovente è la colazione servita da una decina di volontari e volontarie, che alle quattro e mezza del mattino ti aspettano a Vizille, alla partenza della 152 km, quando tu che ti sei iscritto per divertirti ti stai chiedendo chi te lo abbia fatto fare di essere a quell’ora, e loro a quell’ora sono lì solo per fare un piacere a te.
Se amate il trail running, l’Echappée Belle è assolutamente una gara da fare. Ma solo quando sarete assolutamente sicuri e sicure di esserne all’altezza.

© Echappée Belle Bruno Lavit Photography