Testo di Dario Pedrotti
Se il vincitore dice che è una gara durissima e che per arrivare in fondo ci ha messo un’ora più di quello che avrebbe pensato, potrebbe avere avuto una giornata storta lui. Se a dire che è una gara durissima sono TUTTI e TUTTE, e a riuscire a finirla sono in 141 su 260 partenti, è difficile che si sia trattato di una epidemia di giornate storte.
Con i suoi 145 km con “soli” 3.600 metri di dislivello, sulla carta “I Sassi di Matera” era sembrato un trail veloce, ma si è rivelato una gara da atleti polivalenti, perché è vero che i e le “mangiamontagne” si sono sfiancati e sfiancate sui chilometri e chilometri e chilometri dove se non correvi ci mettevi una vita (e ti deprimevi alquanto), ma quelli e quelle forti in pianura hanno patito parecchio le moltissime salite e discese delle gravine, ripide e cosparse di pietre taglienti, i cento sentieri inghiottiti nella macchia mediterranea, con continui cambi di direzione che non permettevano di mantenere un ritmo costante, e il fango, il grande nemico comune.
Fango che è stato il secondo brutto regalo di quel paio di ore di pioggia, caduta a cavallo del via, e che ha reso molto più impegnativo, e decisamente pericolosi, molti tratti della prima parte di gara. Quello peggiore è stato la salita a Montescaglioso, splendido borgo appollaiato su un’altura, che è stata scalata scivolando o affondando molto, e con uno zoccolo di vari centimetri di argilla incollato sotto le suole.
L’altro brutto regalo della pioggia è stato rovinare la magia della partenza da Matera, scenario fantastico dei primi chilometri, trasformato dall’acqua in un pattinaggio inclinato, che ha costretto atleti e atlete a incollare gli occhi a terra per non rischiare l’osso del collo, invece che usarli per imprimersi per bene nella memoria uno scenario unico al mondo, talmente bello da meritare di essere inserito nel Patrimonio Unesco.

© Matteo Rampin
Dopo aver fatto tutti i danni che poteva fare, la pioggia ha lasciato il posto ad una notte limpida con una luna luminosissima e quasi ancora piena, che ha sorvegliato fino al giorno, e anche parecchio dopo, chilometri su lande in mezzo al nulla, dove gli unici rumori erano quelli delle scarpette, dei bastoncini e del fiatone, visite veloci ad altri bianchissimi borghi inerpicati sulle colline, e tuffi nelle gravine, da cui poi toccava anche tornare su.
La più dura, ma anche la più bella, delle risalite da questi canyon di origine carsica, è stata la terza dalla Gravina Grande di Castellaneta, poco dopo il chilometro numero 100. Quando, dopo una lunghissima scalinata quasi verticale, con gradoni in pietra altissimi e irregolari, si è arrivati in paese, dove il sole faceva risplendere il bianco delle case, appoggiate in alto ad un cielo azzurrissimo ed in basso a lastre di marmo, bianchissime anche loro e finalmente asciutte, era impossibile non rimanere incantati davanti a tanta bellezza, e non capire che quello che sembrava uno scalone maledetto era in realtà una “Stairway to Heaven”.
Sulla stessa Gravina Grande sta peraltro anche uno dei due tratti del percorso che si contendono l’Oscar della Perfidia. È là infatti che l’ennesima faticosa discesa negli inferi, e la successiva risalita, iniziava e terminava a pochi metri da un bellissimo ponte pedonale, che avrebbe permesso di superare agevolmente il canyon, con zero metri di dislivello e qualche chilometro in meno. La seconda nomination è per l’ultimo tratto di gara sulla sabbia della spiaggia, della lunghezza variabile fra i 4 km misurati dai gps di qualcuno, e i 100 km percepiti da un numero consistente di concorrenti.

© Alberto di Guida
Tutto intorno a farla da padrona è stata la primavera, o qualcosa che ci assomigliava moltissimo. Più ancora delle temperature, comunque piacevoli, per chi in Puglia ci è arrivato dalle montagne o semplicemente “dal nord”, ad essere quasi straniante è stato correre in mezzo a tutto quel verde, senza i gialli, i rossi e gli arancioni che lassù incendiano l’autunno. Là, nella Terra delle Gravine, giusto qualche quercia si azzarda ad ingiallire, ma lo fa con discrezione, ben nascosta in muraglie di sempreverdi, e non lontana da qualche ciuffo di ciclamini fioriti. E se alle viti e agli alberi da frutto tocca proprio arrendersi ai mesi che passano, a compensare c’è l’erba nuova nei prati, le distese di fiori bianchi e gialli sotto i filari, e il profumo dell’aglio orsino e del finocchietto selvatico che si diffonde nell’aria.
Complessivamente sono state quasi 3.000 le persone, provenienti da 73 paesi, che sono arrivate a Castellaneta Marina a godersi questa primavera, divisi su cinque distanze fra i 10 e i 144 chilometri, e sicuramente nessuno e nessuna di loro tornerà a casa domandandosi “tutto qui?”.