PENDENZE ASSASSINE IN PARADISO

lo scrittore americano Mark Twain, creatore del personaggio di Tom Sawyer, rimase talmente affascinato dall’isola di Mauritius da scrivere queste parole: "Mauritius è stata creata prima del Paradiso e il Paradiso è stato creato copiando Mauritius".

Come dargli torto? Quest’isola è un gioiello verde smeraldo incastonato nelle acque turchesi dell’Oceano Indiano che incanta chiunque abbia l’occasione di visitarla. E la prima edizione della Mauritius by Utmb vuole far conoscere l’isola da una nuova prospettiva, portando i concorrenti a percorrere i sentieri che di solito i turisti non frequentano.

Quattro le distanze proposte (22 km, 55 km, 97 km e 135 km) con i percorsi che vanno ad esplorare il parco nazionale delle “Gole del Fiume Nero” situato nella parte sud-ovest dell’isola, quella più selvaggia e incontaminata.

Mauritius

Veduta aerea della zona sud-ovest di Mauritius

La partenza viene data dal “castello” di Bel Ombre, in realtà una dimora coloniale di metà ottocento, perfettamente conservata, immersa in un parco naturale davvero spettacolare. Sfortunatamente il tempo è inclemente, ha piovuto tutta la notte: alla partenza pioviggina, poi esce il sole con un arcobaleno, ma le previsioni per la giornata sono pessime. Il mese di giugno coincide con l’inizio dell'inverno a Mauritius, che dovrebbe coincidere con la stagione “secca”, ma quest’anno il tempo sembra impazzito anche a quelle latitudini ed è da settimane che ci sono frequenti piogge.

Chatea Arcobaleno

 

I primi 20 km percorrono tutta la costa meridionale, a fianco della laguna creata dalla barriera corallina: il paesaggio è quello “da cartolina” con spiagge infinite di sabbia bianca e palme da cocco che ondeggiano al ritmo del vento. Davanti a noi si erge Le Morne Brabant una montagna di 500 metri che si erge verticale direttamente dal mare.

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Dopo aver contornato Le Morne, si inizia finalmente a salire, sotto la pioggia, le pendici delle montagne del parco nazionale delle Gole del Fiume Nero. La natura qui è davvero straordinaria: 6500 ettari di foresta tropicale che mostrano come doveva essere Mauritius prima che i coloni europei (francesi prima, inglesi poi) la disboscassero per trasformare l’intera isola in un’enorme piantagione di canna da zucchero.

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L’altitudine è modesta (poco più di 500 metri), ma le salite sono cattivissime con pendenze assurde. Di tanto in tanto la vegetazione si apre e lascia spazio a degli scorci che sarebbero fantastici in una giornata di sole, ma che ahimè una giornata piovosa e umida come questa non ci permette di apprezzare.

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Poi ci si rituffa nella foresta, mentre la pioggia continua a martellare: non fa freddo, ma il sentiero è talmente zuppo d’acqua da sembrare un ruscello di fango. Saliamo al Piton de la Petite Rivière Noire, la montagna più alta dell’isola con i suoi 828 metri: la salita è talmente ripida e fangosa che occorre salire aiutandosi con le mani, afferrandosi ai rami degli alberi e nell’ultimo tratto grazie a delle corde fissate alla buona. Arrivo in cima demoralizzato, non mi aspettavo una tale difficoltà in salita e sono preoccupato che la discesa sia anche più pericolosa. Preoccupazione che, purtroppo, si conferma: il sentiero è un mare di fango in cui devi solo cercare di rimanere in piedi e di non farti risucchiare le scarpe quando ti immergi fino a metà tibia.

Sentiero fangoso

Quando finisce il fango e iniziano le rocce la situazione non migliora nemmeno un po’ perché sono ricoperte di una patina scivolosissima di umidità e si scende solo grazie alla catene e alle scale fissate nella roccia. “Sembra di stare al Kima”, penso, anche se il Kima io non l’ho corso mai. Sta di fatto che ci metto un’ora per fare poco più di 2 km.

Sono quasi a metà percorso e manca solo un’altra grande salita e la conseguente discesa, prima di tornare ai sentieri che corrono lungo la costa. Al ristoro chiedo come siano le condizioni dei successivi 15 km, sperando che mi dicano che siano più semplici di quelli appena affrontati, ma i volontari scuotono la testa: forse la salita è un più dolce, mi dicono, ma la discesa è altrettanto “Impestata”. Qui decido di ritirarmi e ancora adesso dopo due settimane sono qui a rimuginare su quella scelta. Non è la prima volta che succede e sul momento mi sembrava una decisione saggia e irrevocabile: ma allora perché c’è qualcosa dentro di me che ancora non si è rassegnato all’idea e rimpiange il non aver proseguito?

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Un pettorale "prima" e "dopo" la corsa

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