Là America. Montagna e sottoculture tra qua e là.

RUBRICA

SENTIERI INTERROTTI

di Filippo Caon

 

Il sentiero interrotto questa volta è “sottocultura”: perché se c’è una parola che arriva forte e chiara dalla scena ultra americana è proprio questa.

Per capirci, le sottoculture sono dei segmenti sociali, cioè dei gruppi di persone, che si staccano dalla cultura e dal costume dominanti. Nel frattempo, magari i sociologi hanno inventato un sostantivo migliore, ma io le chiamo ancora così: sottoculture. La patria delle sottoculture sono gli Stati Uniti, appunto, dove sono nate; pensate agli hippie, al surf, allo skate. Per dire, a me con sottocultura viene in mente Easy Rider di Dennis Hopper.

In Europa tutto questo è sì arrivato ma in modo rarefatto – chi aveva la mia età negli anni Ottanta mi ucciderà. A dire il vero in Europa ne sono anche nate di nuove, ma a differenza delle sottoculture americane quelle europee non sono mai uscite dalla città, dalla dimensione urbana, e non si sono mai legate all’outdoor. Tutto questo almeno fino all’arrivo dello snowboard negli anni Novanta, quando anche qua si è iniziato a vedere della gente vestita in modo diverso andare in montagna. E questo è successo per un motivo molto semplice: è successo perché ciò che in America era sinonimo di ribellione, come scalare El Capitan, qui si chiamava semplicemente alpinismo, cioè uno sport con una storia secolare, e non si sentiva alcun motivo di investirlo, ad esempio, di significati sociali.

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Qualcosa si è mosso, negli anni Settanta, ma la cultura montanara europea non ha mai avuto veramente la forza di dare un taglio alla tradizione, di uscire dai Club torinesi. E per questo è sopravvissuta una cultura tutta europea del montanaro, che c’è ancora, e che risponde a delle esigenze precise. Per fare un esempio, c’è un dresscode abbastanza preciso: i signori che servono la minestra in Summano sono vestiti in un certo modo, e i giovani dall’altro lato del bancone sono vestiti uguali. Non c’è niente di male, anzi, ma questa cultura della montagna che ci portiamo dietro ci fa storcere il naso quando vediamo qualcosa che esce da quel costume, semplicemente perché non siamo abituati. Ed eccolo qui, il sentiero interrotto, il bivio a cui svoltare. 

È una buona cosa che ho imparato ultimamente, cioè che uno può andare in montagna anche senza aver letto Rigoni Stern (anche se è sempre meglio averlo letto). Sottoculture quindi: non credo che oggi esistano ancora, non credo che ci siano più dei sopra e dei sotto. Però ci sono ancora gli stili, che a una prima occhiata magari ci sembrano in contrasto col posto in cui siamo. Forse, quello che sotto le Tre Cime di Lavaredo corre con la maglietta in cotone di un gruppo punk che non ho mai sentito (come qualunque gruppo punk d’altronde) e non è affatto uno sprovveduto come la sua maglia può far credere, e magari ne sa anche molto più di me: sottoculture.