Tracce. Percorsi tra gare, autogestiti e FKT, per capire dove andiamo

RUBRICA SENTIERI INTERROTTI

di Filippo Caon

Ph. Lorenza Visintin

 

Nell’anno degli FKT, delle gare virtuali e degli allenamenti fatti male stanno nascendo centinaia di percorsi nuovi. Dai loop che a marzo scavavamo attorno a casa, ai lunghi autogestiti che stanno spuntando per l’estate. I sentieri che interrompiamo questa volta, per gettarci in un uno nuovo, sono tutti quelli che ci portano da qualche parte.

Disegnare un buon percorso è un’arte: ho sempre ammirato chi lo sa fare. Ci sono buoni percorsi e cattivi percorsi – e poi ci sono i gusti: a qualcuno non piace tornare per la stessa strada; a qualcun altro non cambia nulla, perché tanto luce, temperatura, e percezione della fatica renderanno tutto diverso; qualcuno è attratto dalla dichiarata insensatezza di loop ripetuti all’infinito; per qualcun altro il percorso deve essere logico; per altri deve essere semplicemente bello. In ogni caso correre implica scegliere una direzione. Una direzione fisica, nel senso che devi capire da che parte andare, ma anche – non ci pensiamo – una direzione esistenziale.

Disegnare un buon percorso è un’arte:
ho sempre ammirato chi lo sa fare.

 

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La filosofia è tremila anni che si chiede dove stiamo andando, non solo idealmente ma anche fisicamente; chi separa le due dimensioni spesso è un fesso. Thoreau, un filosofo americano ora molto di moda, nel 1861 scriveva: «Per metà del cammino non facciamo altro che ritornare sui nostri passi. Dovremmo avanzare, anche sul percorso più breve, con imperituro spirito di avventura come se non dovessimo mai far ritorno». Thoreau parla di un movimento ideale dell’umanità verso l’ignoto, che per gli americani del diciannovesimo secolo era l’ovest: lasciamoci alle spalle il vecchio senza voltarci, dice Thoreau, e andiamo avanti. Tutto questo però lo dice in un libretto che si chiama Walking. E non c’è dubbio che quel camminare sia per lui un camminare vero e proprio, alla scoperta del mondo: sempre avanti, senza voltarsi. Sono certo che se Thoreau avesse disegnato una traccia sarebbe stata point to point, come gli antichi trails americani, l’Oregon, il Pacific Crest, percorsi da chi migrava verso ovest. Per Thoreau conta finire in un posto diverso da quello da cui siamo partiti: point to point.

Vent’anni dopo, era il 1882, Friedrich Nietzsche, in un libretto intitolato La gaia scienza, se ne usciva con l’eterno ritorno. Non la pone come una cosa tanto bella, Nietzsche scrive: «Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: “Questa vita, come tu la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte?”». Immaginate che vi accada una scena del genere durante una notte in gara, e che sbuchi fuori un demone solo per dirti che ti tocca rifare quel colle ancora una volta, e altre innumerevoli volte. Bello scherzo, a qualcuno è anche capitato. Naturalmente Nietzsche è un po’ più esistenzialista di come la metto io, ma sono certo che ripetere un loop a sfinimento ci darebbe un’idea di cosa intendeva. Potrebbe essere utile anche a certi filosofi.

Poi ci sono i percorsi in cui torni sempre da dove sei partito: i single loop, gli anelli insomma, tipo il Monte Bianco. Come a dire: Thoreau, cerca pure il west quanto ti pare, ma alla fine torni sempre da dove sei venuto. Può darsi che sia così; ma è anche vero che da un viaggio non si torna mai uguali a prima: one single loop.

Poi c’è tutta un’astrologia del tapis roulant: ti muovi ti muovi, e stai sempre lì. Riassunto il Novecento: in un qualunque altro secolo di una trappola del genere non avrebbero saputo che farsene. Il tapis roulant è la morte di qualsiasi idealismo: il corpo non è più lo strumento attraverso cui ci spostiamo e conosciamo il mondo, ma è un oggetto da costruire, come si fa coi Lego: metti muscoli, togli muscoli, e così via.

A me piace buttarla alle ortiche, ma la cosa è seria. Sono cose divertenti per capire un po’ meglio chi siamo, e dove andiamo.