Trail e letteratura

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subliminalpop
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Trail e letteratura

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Nel 1907 Robert Walser pubblicava "I fratelli Tanner" e questo passaggio sembra la descrizione di qualcosa tra una Ultra e un FKT:

"Intanto era giunto l'autunno, e un giorno, era un sabato, finito l'orario di lavoro Simon si mise in cammino per percorrere a piedi durante la notte l'intera distanza che lo separava da Kaspar. Perché non doveva essere in grado di camminare tutta una notte? Aveva preso una carta e su quella aveva misurato con precisione, col compasso, il numero delle ore che gli occorrevano per raggiungere la cittadina, e aveva visto che se sfruttava bene il tempo poteva arrivarci giusto in una notte. La strada lo condusse dapprima attraverso i sobborghi, dove abitava Rosa, la sua vecchia amica, e passando di lì non disdegnò di farle una breve visita. Rosa fu molto contenta di rivederlo dopo tanto tempo, gli diede del cattivo e dell'infedele per averla potuta abbandonare così, ma lo diceva in tono più imbronciato che irritato e non mancò di offrire a Simon un bicchiere di vino che, come disse, doveva dargli energia per la sua passeggiata notturna. Gli arrosti anche in fretta una salsiccia sul suo fornello a gas, e mentre cucinava punzecchiò l'amico con parole non sgarbate ma acconce, disse che certo lui doveva essere molto ben fornito di donne, e ridendo gli fece osservare che, a dire il vero, la salsiccia non la meritava ma che gliel'avrebbe data lo stesso se in futuro fosse venuto più sovente da lei. Simon lo promise, mentre mangiava di gusto, e poco dopo iniziò il suo viaggio con qualche apprensione per la fatica che lo aspetta va. Ma battere ora in vile ritirata e servirsi della ferrovia, questo non voleva farlo. Cosi andò avanti continuando a domandare la strada giusta, per essere sicuro nel cammino. Ai segnavia accendeva un fiammifero tenendolo all'altezza necessaria per vedere dove proseguiva la strada. Camminava con una fretta frenetica, come se temesse che la strada potesse sfuggirgli di sotto i piedi e scappar via. Il vino rosso di Rosa gli aveva messo il fuoco dentro, e desiderava soltanto che arrivassero presto le montagne, che avrebbe superato con piacere e disinvoltura. Così arrivò al primo paese e fece fatica a raccapezzarsi nelle diverse stradine che andavano in tutte le direzioni. Si rivolse perciò a un fabbro che lavorava ancora di martello, e da lui seppe che andava nella direzione giusta. Ora veniva una zona piuttosto confusa, perché era coperta solo da cespugli; si saliva; poi veniva una specie di altopiano che aveva in sé qualcosa di sinistro. Era buio fondo, nemmeno una stella in tutto il cielo, ogni tanto la luna faceva capolino ma le nuvole tornavano a velare la sua luce. Simon, che attraversava veloce una scura abetaia, cominciò ad ansimare e fece più attenzione ai suoi passi: continuava infatti a inciampare nelle pietre che c'erano sul sentiero e questo lo infastidiva. L'abetaia ebbe termine, Simon respirò più liberamente: camminare così da solo, nei boschi bui, può anche essere pericoloso. Una grande casa colonica gli si parò davanti all'improvviso, come scaturita dalla terra, limitandogli la visuale; un grosso cane sfrecciò fuori, saltò addosso al viandante ma non morse. Simon restò fermo e tranquillo, tenne solo lo sguardo fisso sul cane, e così il cane non osò mordere. Sempre avanti! Vennero dei ponti che nel silenzio rimbombavano sotto i passi rapidi perché erano di legno, erano vecchi ponti di legno coperti, con immagini di santi all'ingresso e all'uscita. Simon cominciò ad alterare i propri passi, per procurarsi uno svago. D'un tratto, in un campo aperto ma semibuio, si trovò davanti un omone che gli gridò qualcosa fissandolo con uno sguardo terribile. « Cosa volete? » gridò Simon a sua volta, ma cambiò direzione facendo un giro intorno all'uomo e correndo via senza sentire guello che l'uomo voleva. Gli batteva il cuore, era la sua improvvisa apparizione, non l'uomo in se stesso, che l'aveva spaventato. Poi attraversò un paese addormentato, interminabile. Un lungo convento bianco lo guardò avvicinarsi e sparì di nuovo. La strada tornava a salire. Simon non pensava più a nulla, la fatica crescente paralizzava i suoi pensieri; si alternavano fontane silenziose e gruppi di alberi isolati, boschi e nuvole, pietre e sorgenti, tutto sembrava camminare con lui e sprofondare dietro di lui. La notte era umida, buia e fredda, ma le sue gote bruciavano e i suoi capelli si bagnavano di sudore. Improvvisamente scorse qualcosa di lungo che si stendeva ai suoi piedi, di vasto, di scintillante e splendente: era un lago: Simon si fermò. Da lì in poi si scendeva per un sentiero cattivo da far paura. Per la prima volta i piedi gli fecero male, ma non vi badò e prosegui. Sentiva le mele cadere pesantemente nei prati. Com'erano misteriosamente belli i prati: bui e impenetrabili. Il paese che venne poi destò il suo interesse per le case signorili di cui faceva mostra. Ma qui Simon non sapeva più dove andare. Per quanto cercasse non trovava la strada giusta. Poiché ciò lo esasperava scelse, senza pensarci troppo, la strada principale. Poteva aver camminato un'ora quando una precisa sensazione gli disse che aveva preso una direzione sbagliata; tornò indietro, quasi piangeva di rabbia e batté i piedi sulla strada come se fosse stata colpa loro. Arrivò di nuovo al paese; aveva perso due ore: quale scorno! Trovò anche subito la strada giusta, ora che apriva meglio gli occhi, e avanzò sotto degli alberi che lasciavano cadere le foglie, su una viuzza laterale che era tutta coperta di foglie fruscianti. Giunse in un bosco, era un bosco che si elevava in forte pendenza sulla montagna, e poiché Simon non vedeva più alcun sentiero davanti a sê, andò semplicemente diritto, e sempre salendo si cercò una via fra i più fitti rami di abete, si grattò il viso, si feri le mani, ma almeno riusci ad arrivare sin dove il bosco nel quale, tra gemiti e imprecazioni, si era fatto strada, aveva termine, e davanti ai suoi occhi si stendeva un pascolo libero. Si riposò un momento: «Signore, se arrivo in ritardo, che figura! » Avanti. Non camminava più, saltava, piantando le gambe
senza riguardi nella molle terra dei campi. Una pallida, timida luce d'aurora, che veniva chissà da dove, sfiorava i suoi occhi. Scavalcava delle siepi che sembravano schernirlo. Già da un pezzo non badava più a che ci fosse una strada. Una bella strada larga rimaneva nella sua fantasia come qualcosa di prezioso di cui aveva grande nostalgia. Di nuovo si scendeva, in strette, piccole gole dove le case erano incollate ai pendi come giocattoli. Senti l'odore dei noci sotto i quali correva; giù nella valle sembrava che ci fosse qualcosa come una città, ma era solo una sensazione nata dal desiderio. Finalmente trovò la strada. Anche le sue gambe sembravano esultare con lui per la scoperta, ed egli camminò con maggior calma fin quando trovò una fontana sulle cui cannelle si gettò come un pazzo. In basso giunse a una cittadina, passò davanti a un grazioso palazzo di un biancore splendente, all'apparenza un edificio ecclesiastico, il cui stato di abbandono lo toccò profondamente, e di nuovo usci nella campagna aperta. Qui cominciò ad albeggiare. La notte sembrava farsi più pallida; la lunga, silenziosa notte accennava a riscuotersi. Simon aggrediva ora la strada senza preoccuparsi più. Quanto gli sembrava comodo camminare su una strada liscia come quella, che dapprima saliva in ampi tornanti e poi scendeva distendendosi superba. La nebbia calava sui prati e alcuni dei rumori del giorno si annunciavano all'orecchio. Come era lunga una notte. In quella notte che lui aveva passato camminando per il mondo, forse uno studioso, magari suo fratello Klaus, sedeva alla scrivania, alla luce della lampada, e vegliava con altrettanta fatica e stanchezza. Il giorno che spuntava doveva sembrare altrettanto meraviglioso a chi sedeva in silenzio quanto ora a lui che camminava sulle strade maestre. Nelle casette già si accendevano le luci della mattina. Apparve una seconda città, più grande, dapprima con le sue case periferiche, poi con le sue viuzze, poi con le sue porte e una larga strada principale nella quale Simon notò uno splendido edificio ornato di statue d'arenaria. Era un antico castello che adesso serviva da palazzo delle Poste. In strada c'erano già persone alle quali poteva domandare la via, come la sera precedente. Di nuovo uscì nella campagna piatta. La nebbia di dissolveva, apparivano i colori, colori incantati, colori che incantavano, colori del mattino! Sembrava che sarebbe stata una serena, meravigliosa domenica d'autunno. Adesso Simon incontrava persone, soprattutto donne, vestite a festa, che forse già venivano da lontano per andare in chiesa, nella città. Il giorno diventava sempre più variopinto. Ora si vedevano i frutti rosso fiamma nel prato vicino alla strada, e frutti maturi cadevano continuamente dagli alberi. Erano esclusivamente frutteti quelli che Simon attraversava. Gli si fecero incontro dei garzoni, che venivano avanti comodi comodi; quelli non prendevano il camminare sul serio come lui. Tutta una comitiva di questi ragazzi era sdraiata sul bordo di un prato sotto i primi raggi del sole: quale immagine di agio sereno! Uno passò conducendo una mucca, ed era così bello il modo come le donne dicevano « buon giorno». Simon mangiava delle mele per via, ora anche lui camminava tranquillo in quella bella e ricca regione sconosciuta. Le case lungo la strada erano così invitanti, ma ancora più belle e graziose erano le case nascoste fra gli alberi, nel cuore della campagna, in mezzo al verde. Le colline si alzavano dolci e piene di grazia, le cime attiravano, tutto era azzurro, pervaso da un meraviglioso, fiammante azzurro, intere comitive di persone passavano su carri e carrozze, e finalmente Simon vide una casetta lungo la strada, all'entrata di una città, con suo fratello che sporgeva il capo dalla finestra. Era arrivato in tempo, appena un quarto d'ora dopo l'ora convenuta. Ed entrò trionfante nella casa."
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