Gaggio ha scritto:Riguardo al "dove andrà il trail", mi sembra che da noi si stia andando troppo verso il senso della difficoltà tecnica, nella tendenza ad aumentare il dislivello, il cercare di fare le cose più difficili, dure... a scapito del piacere della corsa.
Personalmente sto entrando nel terzo anno di corse, ed è stato subito "Trail", amore a prima vista!
Il fenomeno è cresciuto mentre ancora dovevo raccapezzarmi di dove mi trovavo e cosa potevo fare, quali fossero le mie possibilità fisiche, mentali, di stile. Ed è stato un bel sperimentare e un piacere, sempre, anche nei momenti più duri.
Uno prova, ma a un certo punto ha anche (consciamente o inconsciamente) il senso di poter o non poter fare una certa distanza. In fondo non mi sentivo totalmente incosciente quando mi sono iscritto all'Adamello super-trail, o al Tor des Geants, sentendoli istintivamente alla mia portata (anche se all'Adamello mi sono dovuto ritirare!).
Perciò non mi spaventa in sé l'aumento della difficoltà tecnica, della distanza, del dislivello, ne sono attratto sapendo che ce la posso fare e che posso viverla come un piacere, fondamentalmente, e non come un martirio (ma forse i miei piedi la penserebbero diversamente!).
Quindi credo che l'importante sia porsi in ascolto di se stessi, ed essere onesti rispetto alle proprie possibilità. Che poi ci sia l'imponderabile, come delle inclementi condizioni atmosferiche, bisogna anche metterlo in lista, e rispettare la lista dei materiali obbligatori!
Gaggio ha scritto:come momento di esplorazione, che non di sfida. In altri post, in passato, ho criticato anche il Tor , perchè concepisco queste avventure assurde, se svolte nella forma "ad oltranza", e non a tappe, per tutti i rischi fisici e soprattutto mentali che comportano queste forme di gare.
Insomma, mi va bene "Ai confini del mondo" , ma non come ricerca e superamento del limite, una forma di "superomismo" che spesso diventa una forma autodistruzione (vedi la pratica dell'uso di farmaci antidolorifici, etc.. )
Per questo il senso del limite va attentamente meditato; il Tor des Geants rappresenta un limite? Forse sì, per le mie ferie!!!! A parte gli scherzi, uno lo fa e capisce che si può fare. Può dormire poco senza impazzire. Può rinascere dopo essersi inabissato. Può entrare in un equilibrio con il proprio corpo nonostante tutto farebbe pensare che lo stai portando a distruzione. E può godere della bellissima estetica del Col di Malatrà. Può!
E potrebbe pensare di alzare l'asticella, e verrà fatto sicuramente in futuro.
C'è un limite alla sperimentazione?
Non lo credo.
Ma poi come si atteggia uno dopo aver concluso queste prove?
Ecco, mi piacerebbe più modestia, sia nella modalità con cui viviamo e raccontiamo le nostre imprese, che nel modo in cui vengono concepite e pubblicizzate determinate gare "la gara più dura...", "la gara più lunga...", "ai limiti della sopportazione...", "ai limiti dell'umano".
Giustamente tu rilevi una dose di superomismo che è profondamente da criticare, e non perchè porti all'autodistruzione fisica (possibile sicuramente), ma perchè porta alla distruzione della modestia e all'esaltazione.
In fondo il limite sta da tutt'altra parte, ironicamente (ma di un'ironia parziale) ho scritto che per prepararmi al Tor ho riletto il "Sergente nella neve" di Rigoni Stern, quelli hanno fatto un migliaio di chilometri nel gelo, a piedi, con poco cibo, poco riposo, combattendo, tirandosi dietro i feriti e i congelati dove possibile. Se uno vuole le esperienze limite se lo legga, che uno non sa come qualcuno ne sia uscito vivo, e verrà sicuramente curato dall'inconsistente superomismo da trail.
Uso degli antidolorifici: anche questo fa parte dell'onestà, e non tanto dell'onestà verso l'avversario (che cambia in fondo se uno arriva prima e uno dopo!), ma della fondamentale onestà che uno deve al proprio corpo.