E' stato brutto. Vorrei tanto, tanto, tanto poter scrivere qualcosa di diverso. Perché era la gara su cui avevo messo più il cuore, per quest'anno. La gara che l'anno scorso mi ha innamorata, in staffetta con Michal, e che non vedevo l'ora di fare tutta intera.
Una gara bellissima. Una gara dura, che non fa sconti a nessuno. Andava benissimo. Ero pronta anche al ritiro se non fossi stata all'altezza...ma non così.
E' vero, non sono stata all'altezza. Però non posso rimproverarmi nulla.
L'attesa, la gioia, la trepidazione che avevo addosso quando siamo partiti da Limone non posso neanche provare a descriverle. E sono partita, tranquilla, felice, senza forzare il passo, godendomi la luce grigia di velluto che sale tra le vallate, la nuvola incendiata dal primo raggio di sole in cima al passo mentre salgo su e tutto intorno è ancora in penombra; quelle cose che mi fanno sempre pensare: ma io come ci torno giù, tra la gente che queste cose non le sa?
Ecco. I miei momenti di lirismo montano, le mie discese veloci (per quanto possibile) con un sorriso a 32 denti. L'arrivo al Rifugio Garelli, dove il volontario mi dice: "vi è andata bene oggi, fa meno caldo: nei giorni scorsi quassù alle sei di mattina eravamo già a 22 gradi!"
Poco dopo, un altro volontario mi dice: guarda che sei la quarta! E io non ci credo, mi faccio una risata.
...a pensarci adesso, nella parte italiana c'erano volontari ovunque. E' dopo che sono spariti.
Ma intanto vado avanti. Ho le bacchette magiche: la mia prima gara con i bastoncini, e me la godo proprio: si fa molta meno fatica, o perlomeno a me alleggeriscono tanto.
Raggiungo una ragazza con la gonna rossa, francese: arriviamo insieme al Don Barbera. La supero. Poco dopo prendo la prima concorrente del Marguareis. Mi chiedo se nei biscotti dell'albergo ci fosse qualche strana sostanza: sono maledettamente in forma. Ma ho paura di strafare, anche se non sto tirando: rallento un po', mi dico che alla classifica casomai penserò nella seconda parte di gara. Mi lascio riprendere da quella del Marguareis, che ha davvero un passo stratosferico. Dopo un bel po', mentre scendo a Tenda, mi sposto per far passare la concorrente francese di prima. Fai la brava Fra: di tempo ne hai...
Scendendo a Tenda comincia l'inferno. Fa talmente caldo che non sembra vero: è come avere le gambe in un forno. Io sono carica d'acqua come un mulo. Ma soffro il caldo, e sono abituata a bere tanto. Anche con due litri sulla gobba, arrivo a Tenda agli sgoccioli. Mi fermo, bevo tanto, mi carico di nuovo, mangio anche se, in vista dei ristori spartani, ho con me una quantità di cibo che perfino mia nonna giudicherebbe adeguata. Mi spaventano gli stenti, non la fatica!
Da qui in poi, il caldo diventa micidiale. Micidiale in un modo che non è arginabile, non è tollerabile. Cadiamo come mosche. Vedo concorrenti seduti all'ombra che cercano di riprendersi, e io sono molto vicina a fare lo stesso. Nei 5 km tra Tenda e La Brigue (per fare i quali impiego un tempo assurdo) bevo un litro e mezzo d'acqua. Fa semplicemente troppo caldo. A Brigue, testa nella fontana, mi bagno il bagnabile, mi carico d'acqua e riparto. L'altimetria comincia a fare scherzi: dove è segnata una discesa si continuano ad affrontare simpatici falsopiani. Bevo più del previsto, ovviamente. Cerco di dosare l'acqua ma le scorte si assottigliano in fretta. Nell'unica pozza di fango a vista mi imbratto i polsi, cercando di rinfrescarmi. Prego Zeus di far tramontare il sole alle 14, per pietà. Dopo la rampa di cemento di St. Dalmas (dove una macchina con l'acqua poteva anche arrivare, io la butto lì), mi rendo conto che anche andando pianissimo il mio organismo cede. Mi parte una tachicardia spaventosa, vedo tutto nero: conosco i sintomi e mi appoggio a un albero, mi accascio. Riapro gli occhi - o meglio, ricomincio a vedere dagli occhi sbarrati - poco dopo, credo; perché non è passato nessuno. Mi sembrava che ci fosse Michal che mi chiamava per svegliarmi. Un bagno di nausea. Ho i brividi, ma di caldo: una sensazione assurda. Vomito. Il primo pensiero è: merda, avevo appena mangiato e bevuto. Poi mi spavento. Sono sola, sto male, e se vomito anche l'acqua va malissimo. Aspetto un po', non passa nessuno. Mi rialzo e decido di provare ad andare comunque verso Fontan. Il telefono non prende, ovviamente. Bevo qualche piccolo sorso, lo caccio subito fuori. Mai successa una cosa del genere e spero non mi succeda mai più. Non so quanti km ci siano fino a Fontan: pochi, ma ci metto una vita. Piango, tremo. Ci sono concorrenti che si siedono perché non ce la fanno più. Qualcuno mi supera, anche due donne quando sono quasi a Fontan. Penso con un sorriso amaro alle mie velleità di classifica. Arrivo a Fontan, e stanno portando via in ambulanza una ragazza con colpo di calore. Io non riesco ancora né a mangiare né a tenere l'acqua, ma seduta all'ombra sto meglio di prima. Consegno il pettorale, in lacrime. La Jeep mi porta a Breil, dove mi riprendo pian piano. Giusto in tempo per vedere Virginia arrivare e crollare a terra. Ha avuto i miei stessi problemi, solo nel tratto successivo: niente più acqua nonostante ne avesse preso 1,5 l, caldo intollerabile, altimetria sballata, nessuno sul percorso. Nessuno. Mormora, mentre la bagniamo con le spugne e le mettono la flebo: non so come ho fatto ad arrivare. Mi si stringe il cuore.
Mi chiama Michal, a vista di Breil, dice che è distrutto e che invece di una salita ce n'erano sei; che hanno smontato un tubo dell'acqua per bere, che ha visto un lama (!!) (c'era davvero, nda, ma sul momento ho pensato che sbarellasse per il caldo) e che se solo arriva a Breil riconsegna il pettorale all'istante. Poi scendiamo in macchina, guido io quella di Virginia. Arriviamo a Mentone con una tristezza infame, l'atroce consapevolezza di aver fatto la cosa giusta ma anche di non essercelo meritato. Non è certo così che mi ero immaginata il mio Cro.
Arriva Pablo con Tagliaferri. Anche Pablo, appena tagliato il traguardo, sta male: mi intrufolo un momento in infermeria prima che lo portino via in ambulanza, gli prendo le mani: fredde. Mi sale una rabbia, un senso di ingiustizia. E' vero che sono cose che succedono. Ma non a 110 persone su 175.
Qualcosa è andato storto. Troppe cose.
E mi resta un'amarezza terribile perché io al Cro voglio bene: un amore di quelli che diventano solidi in fretta, e infatti nonostante tutto, se l'anno prossimo lo rifanno, se solo avranno il buonsenso di non metterlo a metà luglio, io mi vado a prendere quel fottuto traguardo a Mentone, a Cap d'Ail, a Nizza o dove diavolo lo vorranno mettere: anche in Corsica, per dio.
Il Cro è "la gara", anche per me. Voglio che torni ad esserlo.