Mi sono riscritta dopo essermi fermata a Pracchia lo scorso anno.
Dovevo rifarla perché mi ero persa la parte più bella, quella sul crinale, ma anche perché mi era rimasta nel cuore la magia del bosco di faggi nel pieno della notte, la sua aria fresca dopo il caldo a salire con alle spalle le luci toscane.
Mi presento al via con poche certezze, un po’ di km e dislivello nelle gambe ma allenamenti fatti senza metodo, nei ritagli di tempo, tra tante difficoltà e la stanchezza degli ultimi giorni, tra impegni personali e di lavoro.
Poi il terremoto che arriva vicino a casa e ti tocca nei pensieri anche se le mie cose non ne risentono, ti duole sentire i racconti dei compagni e amici che non riescono più a dormire, e ti chiedi che senso ha andare a correre per due giorni come se niente si possa fermare nella nostra vita e poi ti arriva una sberla che ti porta via tutto e ti devi fermare e guardarla in faccia, la vita.
Ho portato questi pensieri con me, e quando mi sono trovata una pineta alta, alberi forti e diritti per cercare il sole e piccole felci brillanti nate da poco così delicate, ho sentito la forza della natura e mi sono sentita forte come lei, se ci stai in risonanza, ma basta un soffio e quella forza ti travolge e se non sei umile come solo un Islandese sa esserlo, diventi un uomo in pena perché senti che non controlli niente e il tuo ego si ribella.
Così la nebbia della notte non era attesa, sembrava un buon meteo fino all’ultimo quando ci arrivano le voci dei perlustratori ad avvertirci che c’è nebbia sullo Javello, ma come sempre noi podisti “si parte lo stesso”.
La nebbia di notte con la frontale è come se ci fosse solo quella, spariscono gli alberi, le balise e i sentieri.
Se ci credi puoi correre lo stesso e fatti trasportare lungo il sentiero giusto dal solito Santo protettore degli intrepidi, oppure ti fermi a riflettere che ancora una volta ti trovi di notte a correre sì ma anche a “correre” dei rischi, e che ci faccio io qui ora?
Mi aggrego alle 3 scope e poco più che di passo ci facciamo 20km in compagnia, che se una balise scappa al primo la vede il secondo, ci fa compagnia anche la radio e sentiamo i passaggi dei primi e i volontari che si preoccupano perché stanno arrivando macchine in cima alla montagna, qualcuno ha organizzato un rave party proprio sul percorso del malandrino! Ognuno si diverte a modo suo, ci guardiamo a vicenda con superiorità.
E così la magia di quel bosco di faggi quest’anno non c’è, e questo la rende ancora più magica nei miei ricordi.
Finalmente me la sento di lasciare indietro le scope, vedo delle luci e sono lanterne accese per noi ad indicare il ristoro e primo cancello, aperto per definizione…ora mi sento la gara e un po’ mi commuove questa ambientazione.
Riparto veloce, so di essere in ritardo e sento montare la rabbia, che senso ha iscriversi mesi prima, dedicare tempo alla preparazione e poi arrendersi così in fretta?
Intanto l’alba arriva e non si fa vedere ma la nebbia inizia a regalarci anche belle immagini del bosco e si iniziano a sentire i profumi.
Arrivo al ristoro della collina e bevo “volante” come in una maratona sotto le 4h, continuo a fare calcoli nella testa e quel dannato cancello di Pracchia lo sento scricchiolare.
Corro fino dove riesco poi passo veloce e ancora corsa, questo tratto è quasi tutto in discesa.
Arrivo che i Malandrini più piccoli si stanno preparando per la partenza delle 8, la lanterna con il lettore di chip è ancora in funzione, sono le 7.37 e sarei fuori di 7 minuti ma nessuno mi ferma, bevo “volante” anche qui e riparto per una salita di oltre 1.000 metri che non lascia respirare, o la fai tutta di un fiato o ti fermi e non riparti più.
Non so se è stata la paura che mi fermassero o la gioia di essere ripartita ma ora so che posso farcela, la Croce Arcana la ricordo vicina ma è solo la memoria di chi ama questi luoghi.
Al rifugio del montanaro ci arrivo con qualche allucinazione, vedo animali ma sono sassi o rami, vedo più volte il rifugio ma poi svanisce.
Entro e mi siedo con un piatto di pomodori e sale e mi sento come a cena da “El Bulli”.
Riparto pensando al prossimo cancello ma appena fuori dal bosco ho davanti uno degli angoli più belli dell’Appennino, la vista del Corno alle Scale, il lato bolognese che si appoggia a quello toscano e accarezza il modenese.
Il vento del crinale è una forza che ti entra dentro, ti carica, non metto neanche la giacca, lo voglio sentire tutto addosso, mi copro solo la testa.
Arrivo al lago Scaffaiolo e come sempre cerco di vedere se esce qualcosa da questo lago così antico e profondo, ma anche oggi ci sono solo delle belle alghe, le acque increspate dal vento e fiori gialli attorno, un’altra bella magia della Natura.
Si corre sul crinale, so che durerà poco poi dovremo lasciarlo e fare una deviazione perché stamane era inaccessibile, fa sempre così quando qualcuno sale per vederlo.
Mi guardo attorno, a destra l’Emilia e a sinistra la Toscana, a volte si vede il mare, l’Isola d’Elba e il lago di Puccini, oggi è comunque una splendida vista, non vorrei lasciarla, vorrei stare su questo binario fino al Libro Aperto e poi scendere giù all’Abetone all’ultimo momento, ma la gara questa volta devia prima.
Per un po’ la discesa sull’erba è bella, il sole caldo prende il posto del vento, poi diventa una salita monotona, forse per via dell’asfalto o il dispiacere per non essere più lassù?
Per fortuna incontro un angelo lungo il percorso, siamo stanchi e provati ma in due si sommano solo le forze e non le debolezze e così un po’ in silenzio e un po’ chiacchierando ci mangiamo anche questi 17km che restano.
L’arrivo in volata a braccia alzate nella Piazza, sono talmente felice che non riesco neanche a piangere!
