Io...ho scritto un resoconto lungo lungo.
Spero me lo perdonerete: avevo bisogno di raccontare tutto, perché è stato tutto maledettamente forte, e bello, e duro.
Lo posto qui sotto, se volete il riassunto sono arrivata viva in fondo e sono felicissima
Ho anche conosciuto Albatrail e ricevuto i suoi immeritati complimenti!
VENERDì 26 GIUGNO 2015 – ORE 21.10
Non mi è ancora salito il panico. E’ molto strano.
Sono seduta al Caffè Sport a chiacchierare, fare foto e mangiare strudel.
Fino a qui tutto bene, solo che il Caffè Sport è a Cortina - in effetti in qualsiasi altra città si sarebbe chiamato Bar - , gli amici intorno a me sono tutti trailers, e mancano meno di due ore alla partenza della LUT.
Niente: nessuna paura. Ho la testa sgombra e felice. Michal mi accompagna nella mischia della partenza. Sorrido. E’ la prima volta su questa distanza, non ho nessuna ambizione se non arrivare in fondo: il tempo limite è 30 ore, mi piacerebbe finirla in 26-27 ore, senza soffrire troppo.
Ci siamo: pochi secondi al via. Musica di Morricone a tutto volume. Lo sguardo di Michal, di là dalle transenne: “ce la fai amore mio”. La voce dell’amico Matteo, la sua mano che stringe la mia: “forza Fra”. Milleduecento persone in gara da tutto il mondo.
Via!!!! Cortina esplode. Incitati da due ali di folla urlante, scattiamo avanti con ululati di entusiasmo. Cortina alle spalle, prima salita. Il suono dei passi è magico, nella notte; snodiamo un nastro luminoso di frontali senza fine lungo il pendio. L’atmosfera è indescrivibile. Voci straniere, facce amiche: siamo tutti qui con lo stesso sogno.
La salita ci porta su per 500 m, poi si scende. Al buio su fondo umido, con tante persone intorno, non è facile. Radici di larice si confondono tra il terreno, scivolosissime. Io scendo bene, sono nel mio: temprata dalle discese “tecniche” liguri, la mia unica preoccupazione è non farmi e non fare male durante i sorpassi. Quando ricomincia un po’ di salita, mi raggiunge Matteo: “Come va Fra?” “Bene!!”, rispondo raggiante, stupita però che non si trovi davanti, “e tu?” “Male: mi sono aperto un ginocchio.” Oh belin. Do’ uno sguardo con la frontale: sicuramente è da punti. Gli chiedo se vuole fermarsi, mi dice che vede di farsi sistemare al primo punto di soccorso.
Arrivo al primo ristoro, Ospitale, 18° km. Ecco Matteo: si è fatto medicare ma è evidente che sanguina ancora: ci vogliono i punti… Lo saluto dicendogli “Tieni duro!” anche se temo che si ritirerà a breve. Invece, scoprirò all’arrivo che si farà comunque 72 km. Bravo Matteo!!
I 600 m circa di D+ fino alla Forcella Son Forca vanno via un po’ per volta, senza troppa fatica, mentre la notte cammina. Scollino; altri 10 km, quasi tutti di discesa corribile, e sono al secondo ristoro: Federavecchia, 33° km. Finora niente piatti caldi, e il cibo che vedo ai ristori stranamente mi attira poco: per fortuna mi alimento regolarmente mentre vado. Si riparte in salita, ma sono tutte salite corribili o quasi: non sembra di fare fatica, e io sto andando troppo veloce dall’inizio.
Mi accorgo che la pagherò cara dopo il 45° km, quando inizia l’ascesa verso il Rifugio Auronzo. La luce dell’alba ha allagato tutto, e io invece di sentire la mia solita gioia euforica da alba, mi sento leggermente morire. Faccio un po’ troppa fatica e inizio a preoccuparmi. Arrivo all’Auronzo sui gomiti. Siamo a 2300 m di altitudine, 48° km: qui troviamo le sacche con il materiale che abbiamo consegnato alla partenza. Prendo la mia, mi fiondo in un gazebo e mi cambio tutto il vestiario dalla vita in su. Indossare qualcosa di asciutto e pulito dopo 7 ore di gara è una cosa bella, per Zeus. Recupero i gel e il miele di scorta e corro dentro il rifugio, dove mi godo il caldo, il lusso di un WC, e la pastina in brodo. Esco: fa freddo e devo mettere il guscio, ma sono le 6 e tra pochissimo il sole salirà tra le montagne.
Il paesaggio è folgorante. Dolomiti, avete il mio cuore. Mentre salgo verso la Forcella Lavaredo sono abbagliata dalla bellezza di queste cattedrali e fortezze di pietra. Il sole arriva, le bagna di luce rosa e oro, le rende ancora più splendide. La bellezza salverà il mondo, e salva un po’ anche me: mi sento meglio e so che ora c’è da scendere 1000 metri di dislivello, e in fondo a questi saremo a metà gara.
Scendo senza tirare troppo, ho ben chiaro quanto c’è ancora da fare. Passo il 60° km in meno di 10 ore: sono stupefatta. Al ristoro di Cimabanche, 66° km, il clima è festoso: la strada è vicina e molte famiglie vengono a salutare ed incitare i concorrenti. Io ho già visto il brutto muso del mio cane Jago, poco fa, un regalo dell’amica Roberta lungo il percorso, e mi ritengo soddisfatta anche senza parenti… Mentre mangio e bevo sento un’ecatombe di ritiri. Io sono stanca ma me la sento: prima di ripensarci riparto.
Ed è lì, sulla salita verso la Forcella Lerosa, 69° km circa, che mi si spegne la luce. La crisi peggiore della mia esistenza si abbatte su di me come una lavatrice dal quinto piano e mi terrà compagnia, a fasi alterne ma senza mai lasciarmi del tutto, fino al 110° km.
Nel frattempo, è terribile. Cosa che non ho mai fatto, mi fermo lungo il percorso. Mi siedo e semplicemente cerco di respirare. Mi sembra che i polmoni debbano collassare. Tutto qui. Inspiro, ma l’aria non basta. Mi gira la testa. Mi passa un sacco di gente: pazienza. Cerco di sembrare in bolla perché se mi chiedono: “All right?” non ho la forza di rispondere.
Mangio piano, respiro, bevo. Mi chiedo: ce la può fare questo corpo per altri 45 km, peraltro i più duri? Eh. Obiettivamente, no, mi rispondo. Ma tanto l’alternativa è farsi portare via in elicottero. E non facciamo figure di merda.
Risolta la situazione a suon di pragmatismo, decido di andare avanti: ché mi hanno già passato abbastanza persone e se Michal guarda i rilevamenti dei passaggi online si preoccupa. Avanti: diventerà il mio mantra. La mia soluzione, la risposta a ogni dubbio. Avanti! Mi tengo la crisi, soffro come non mai, ma lo accetto. Mi adeguo. Vado più piano e imparo. Posso farcela. Scollino, e riesco anche a rendermi utile: un ragazzone giapponese con cui ci siamo già incrociati un po’ di volte, è seduto a bordo sentiero con la testa tra le mani, si vede che sta facendo ogni sforzo possibile per non piangere ma non è che gli riesca molto bene. Ha le ginocchia un po’ sbucciate, dev’essere appena caduto. Ha l’aria disperata ed è terribilmente stanco e i due ragazzi che si sono fermati per aiutarlo non riescono a fargli dire nulla, scuote la testa. Rivedo me stessa pochi minuti fa, e mi fermo davanti a lui. “Come on!” Mi guarda, gli faccio un sorriso gigante, gli tendo entrambe le mani: “Come on! You can do it!” Mi guarda con un’aria strana, penso: ora mi da’ un pugno. Invece prende le mie mani, si fa aiutare ad alzarsi, si mette in piedi. Gli spolvero le ginocchia: “It’s nothing, it’s nothing!” Mi fa un sorrisone e riparte, poco dietro di me, zoppicando appena. Io volo a Malga Ra Stua, 76° km. Ci arrivo felice, mangio un quintale di pastina in brodo e scopro di essere comunque ancora “in gara”: inizio a capire che, anche con questa crisi, forse in 25 ore la chiudo. Be’, sarebbe figo.
Il tempo minaccia pioggia. Tiro fuori il guscio e me lo lego in vita prima di ripartire…so di essere troppo pigra per fermarmi a prenderlo dallo zaino mentre vado, se si mette a diluviare.
Ci aspetta la tremenda e bellissima Val Travenazes. Dobbiamo risalirla, beninteso. Che è tremenda lo apprendo, prima di constatarlo di persona, da un simpatico escursionista centoseienne che mi profetizza allegro mentre passo: ora tocca sputar sangue! Ecco, grazie. Per giunta, dopo 80 km che scappo, il sonno mi raggiunge. Non auguro a nessuno la sensazione psicofisica che mi attanaglia nel lungo tratto sul letto del fiume: un’abbacinante distesa di pietre bianche sotto il sole, con gli occhi che si chiudono, i passi che franano, la lucidità che evapora e la voglia tremenda di buttarmi per terra a dormire.
A un guado, passo deliberatamente con i piedi nell’acqua: mi sveglio un po’, e riparte la salita. Alla Malga Travenazes, punto acqua, rifiato un po’. Divento maestra nell’arte di riprendermi. Cinque minuti e riparto: 300 m di salita, che faccio con un passo lentissimo, e poi finalmente si scende. Corro leggera, so che dopo ci saranno solo 100 m di dislivello da salire e poi ci sarà il santissimo Rifugio Col Gallina.
Ecco, a questo punto vorrei dire che io sono stanca, boccheggio, arranco, ma le altimetrie le so leggere, perdio. Il che aiuta, di solito. Tranne ovviamente nel caso in cui l’altimetria sia sbagliata e indichi il rifugio sulla sommità del colle quando invece si trova giù a valle dall’altra parte.
Forte della mia pia illusione, quindi, dopo qualche tornante lo vedo spuntare: un rifugio bellissimo, di legno, con tanto di fiori ai davanzali. Giusto un paio di tornati là sopra, tra gli alberi. Salgo a testa bassa, e quando la rialzo il rifugio non c’è. Merda. Non solo non c’è più: non c’è mai stato. Ci rimango malissimo. Era un rifugio stupendo, e adesso mi tocca fare dell’altra strada per raggiungere quello vero, ammesso che ci sia! Il fatto che io veda cose che non esistono, sul momento, mi pare la cosa meno grave. Un ragazzo Ungherese mi vede con il dito puntato verso il vuoto e la bocca aperta e mi chiede che succede. Faccio un gesto noncurante: non è il caso di spiegargli che ho le allucinazioni, lo spauracchio dell’elicottero che mi porta via è sempre in agguato…
Rassegnata, scollino e scendo. Il rifugio è la in basso, sulla strada: lo guardo con sospetto finché non ci arrivo davvero, per paura che sparisca anche lui. Poi mi siedo a terra con la mia pastina in brodo e praticamente ci piango dentro, mescolando lacrime di sollievo all’emozione e alla stanchezza. Ho sentimenti confusi e l’unica certezza è che non sono mai stata tanto stanca in vita mia. Ma quando mi alzo sono di nuovo pronta a correre e a scherzare: mi faccio fare un beverone di Red Bull e Coca – puah!, ma sempre meglio che vedere rifugi fantasma – e riparto. Il mio amico giapponese mi affianca: “Twenty four km!” Per Zeus. E’ vero! “We can do it!” “Yeah, we can do it!!!”, ci incoraggiamo a vicenda.
Tanto sventato ottimismo non dev’essere andato a genio alle rispettive divinità: appena inizia la salita per il Rifugio Averau, attacca a piovere. Slaccio il guscio dalla vita, lo indosso sullo zainetto, e via. Più si sale, più piove. Tira un vento della madonna, diluvia, saliamo sempre più in altro tra le rocce e i fulmini piovono a breve distanza. Penso che sono una degli undici stronzi che affrontano la LUT senza bacchette e che se un fulmine decide di beccare proprio me amen, vuol dire che era davvero la mia ora.
Rifugio Averau: 2400 m di altitudine, il punto più alto della gara, e ci arrivo con questo meteo incoraggiante. C’è un tipo in poncho rosso che offre tè caldo. Sospetto l’allucinazione, ma stavolta è vero: nel rifugio sorseggio tè bollente e faccio l’inventario dei danni: sono fradicia. Completamente. Il guscio non ha retto. Penso che se continua a piovere così è dura (in realtà penso che ce l’ho allegramente in quel posto), ma nel giro di 10 minuti scarsi la tempesta si allontana. Esco sotto le ultime gocce di pioggia, infreddolita, e volo in discesa verso il Passo Giau, mentre il cielo si apre. Crepo di freddo. Al Giau mi fiondo in bagno, mi tolgo il guscio fradicio e la maglietta bagnata, ed estraggo dal sacchetto impermeabile il mio tesoro: maglia a maniche lunghe, asciutta. Benedetto sia il materiale obbligatorio. Per i pantaloni non posso fare nulla, ma è già qualcosa. Un caffè e riparto: ho i brividi, ma la salita mi scalda. La salita alla Forcella Giau: la penultima salita. Non mi sembra vero. Le mie condizioni psicofisiche sono nettamente migliorate: mi manca ancora il fiato in salita e mia nonna cammina più svelta, ma se mi chiedono come sto, rispondo: bene.
Scollino, risalgo il Passo dopo; non sono passeggiate, ma sembra tutto più facile ora. Guardo l’orologio. Per Zeus. Nonostante tutto, finisce che sto nelle 24 ore. Non ci credo.
Ultimo ristoro, un sorso di Coca e giù verso l’ultima, lunga discesa. La prima parte è ripida, nel bosco, su un fondo fangoso che a questo punto è difficile. Ma: frontale accesa e avanti. Non ho più sonno, non ho più freddo, non ho più male. Si rimette a piovere e io canticchio. La discesa ora segue una strada bianca che mette le ali ai piedi. Sono in vista di Cortina! Come faccio, come faccio a correre così dopo tutte queste ore, se penso a come stavo solo poco fa, è un mistero, è una meraviglia, forse è un sogno, ma io sto volando e il campanile di Cortina è fottutamente più vicino… Avanti. Avanti. Inizio a sentire i boati della folla all’arrivo dei concorrenti. Tra poco tocca a me. Avanti!
Corro come una pazza, non rallento neppure nello strappetto di salita che mi porta alla via dell’arrivo: mi scoppierà il cuore, chissenefrega, che mi scoppi il cuore, sarà di gioia.
Le ali di folla urlano, i bambini mi battono il cinque. Sembra davvero un sogno. Il traguardo, la voce di Michal che copre tutte le altre: “VAAAIIIII FRAAAAAAAAA!!!!!!” Ho un sorriso indelebile in faccia, non me lo toglierà più nessuno. Ci sono. Meno di 23 ore e mezza.
Lo Speaker annuncia il mio nome, io corro da Michal e dietro di lui ci sono tutti gli amici che mi hanno salutata alla partenza…non faccio in tempo a commuovermi: ho una birra in mano e subito mi giro ad incitare gli altri che arrivano, e la gioia e l’emozione si moltiplicano. Brindo alla LUT, a me stessa. E a tutti questi cuori fortissimi, pieni di gioia tenacia coraggio.
La prima Ultra (sopra i 100) non si scorda mai.