una vita dove non prendi un analgesico al primo accenno di mal di testa. Impara a convivere con un po' di disagio e di dolore.
una vita dove non ti affidi agli psicofarmaci se stai passando un periodo di merda. Impara a tenere duro quando la testa ti dice di mollare.
una vita dove non ti aspetti da tutto e tutti la velocità in risposta di uno smartphone o di un pc. Impara la pazienza.
Poi vedrai che i ritiri calano e le soddisfazioni aumentano
Sull'avvento parabolico di Walmsley è presto per pronunciarsi, può esserci dietro tutto e niente (non è certo il primo a sbucare fuori dal nulla facendosi notare ad un garone importante - tutt'al più le mie preoccupazioni e perplessità nei suo confronti sono altre).
Il discorso sul pro, pagato e spesato, che invece di ritirarsi arriva merdesimo è un po' meno da tagliare col coltello, secondo me, per vari motivi. Quel tizio, rimanendo sul percorso e andando avanti fino alla fine, proprio perché è un top pagato e spesato, dà un messaggio forte in tutte le direzioni possibili: sono qui per un motivo preciso, per correre questa gara al meglio delle mie possibilità, che oggi purtroppo sono infime. Ci sono un sacco di persone che mi hanno permesso di essere qui oggi, su questi sentieri, che hanno speso denaro ed energie. Ci sono decine di volontari sparpagliati sul percorso per star dietro a noi altri che oggi qui ci corriamo, e trovo bello, se non addirittura doveroso, ringraziarli uno per uno, anche se a loro non fregherà nulla del mio saluto. Lungo il tragitto potrò incontrare gente diversa da quella con cui mi accompagno di solito, non farò due chiacchiere con il pro di turno durante un tratto condiviso, ma magari invece mi troverò a parlare con i midpackers, gente diversa da me e che in gara difficilmente mi capita di incontrare, scoprendo interi universi di cose da dire che magari non avrei più pensato possibili, relativamente ad una gara di trail running. Infine, quando taglierò il traguardo, magari piegato in due e più provato di quando va tutto bene e porto a casa un buon risultato, avrò dato davvero un grande esempio alle persone che saranno lì a vedermi (da papà, penso sempre e soprattutto ai bambini, ai miei figli, a quanto le prove concrete funzionino meglio di mille parole con loro).
Questa visione "virtuosa" e decisamente meno sportiva di una gara di trail è personale, e tale resta, non mi interessa evangelizzare nessuno e non penso che il mio punto di vista sia migliore di altri. Ci sono quelli che patiscono l'idea di dover dimostrare qualcosa a qualcuno, ché la vita è già piena zeppa di doveri e quando corro voglio essere libero di fare e disfare tutto come mi pare e piace. Le derive possibili della cultura del finisher le abbiamo già introdotte tutte, e non le discuto: se ci si deve rovinare la vita e la salute per finire una gara, allora ha senso chiedersi se valga la pena farlo.
Quello che però trovo bello, irragionevole, profondamente irrazionale e al contempo dannatamente virtuoso è ciò che rende il trail qualcosa di più un semplice sport, regolato da principi di economia ed efficienza, ma una disciplina vera e propria, con una sua etica di fondo, un suo sistema di valori e una comunità che lo sostiene e lo mantiene vivo, con o senza un pettorale addosso. Nessuno mi obbliga a partire per un ultra, è qualcosa di irragionevole e di ben poco furbo, a ben guardare. Ma se parto, faccio l'impossibile per finire, per arrivare alla conclusione di ciò che ho iniziato. Quanta profondità c'è in un approccio del genere? Così lontano dalla nostra cultura della velocità a tutti i costi? Alessandrots secondo me ha toccato un punto importante, nel suo ultimo post.
Infine, un giorno mi sono trovato a parlare con un ragazzo che si è ritirato al 30°km dell'UTMB "perché le gambe non giravano e non mi stavo più divertendo". Un bravo ragazzo, lui, trailer di esperienza e anche una bella persona. Però ricordo che pensai non solo all'occasione sprecata, ma anche a tutte le persone che avrebbero magari tenuto duro e tirato fuori qualche coniglio dal cilindro e che invece non hanno potuto prendere parte alla gara perché quel posto, invece, era stato preso da qualcuno che a meno di un quinto del percorso ha tirato i remi in barca.
Non ho soluzioni definitive al problema, però a me la cultura del finisher piace da matti e spero che non si perda, sacrificandola sull'altare di una filosofia dello sport che trovo decisamente meno affascinante.
ma io non credo che i ritiri siano aumentati... anche perchè lo splendido di turno che va a fare la LUT senza preaparazione, si scotta....il prossimo anno ritorna?
Credo che sia un argomento che entra troppo nell'empireo di quello che in filosofia si definisce "Ognuno è come cazzo è".
Mi spiego: io mi trovo molto d'accordo con NoTrail e proprio del Trail adoro la cultura del finisher che è pure rispetto per i finisher (sei mio fratello anche se ci metti 4 ore in più) che non è così scontata nella corsa su strada dove i km e il cronometro vanno a braccetto.
Però la giornata nera ci può stare, l'infortunio ci può stare e con essi la possibilità di decidere che non ne vale la pena. È tutto molto soggettivo. Non stigmatizzo nemmeno il "non mi diverto più". Ognuno è padrone delle sue scelte.
Personalmente mi sono ritirato una sola volta (va detto che faccio pochissime gare) ed ha bruciato molto. Non tanto non essere finisher ma l'aver "sprecato" centinaia di ore di sonno, momenti con i figli, aver causato tensioni in famiglia, richiesto permessi al lavoro per riuscire ad allenarmi.
Poi, oh, a me gli arrivi esaltano, rinuncio solo se proprio non ci posso arrivare.
credo di aver pensato almeno un istante al ritiro in ogni gara a cui ho partecipato, sottolineo che non ho velleità di piazzamento nè tantomeno di vittoria...
la mia equazione per determinare il mio successo è un calcolo che raddoppia il tempo del vincitore con variabili legate ai Kilometri ed al piazzamento in proporzione ai partecipanti
ma ogni secondo, dopo quel "vacillare" in cui decido di andare avanti, ancora avanti è un soffio di vita ed un traguardo che vorrei tagliare a braccia alzate...
non c'è disonore nel ritirarsi, non c'è vittoria nel trascinarsi e mettersi in pericolo per non essersi ritirati.
ma la sconfitta credo stia nel non aver dato tutto ed essersi messi in gioco fino in fondo
I messaggi di Inked e Gae mi fanno notare che non ho sottolineato un punto importante: a me non interessa il fenomeno isolato, il singolo ritiro, foss'anche perché quel giorno il gomito faceva contatto col cervello e oh, che vi devo dire? Mi andava solo di ritirarmi!
Il mio punto riguarda la presunta tendenza a non concludere più una gara a meno che tutto vada nel migliore dei modi. Chiaramente questo si nota molto sui nomi che contano, ma può estendersi serenamente anche al resto del gruppo.
Del singolo ritiro, infondo chissene ... il mio discorso era più ampio, giusto per chiarire meglio
Si capiva, Andrea, alla perfezione. E sono d'accordissimo.
Poi, oh, io ho tre bimbi, ritiratevi e provate a spigargli come mai. La volta dopo non lo rifate, garantito
Per quel poco che ho visto, a livello statistico, i DNF non sono accresciuti negli ultimi anni.
Però condivido la sensazione che in certe gare i ritirati "eccellenti", ovvero quelli che viaggiano nella testa del gruppo, sono aumentati.
Perché, secondo me, è aumentato, e sta aumentando il livello competitivo di alcune gare. Occasioni in cui quegli atleti, chiamati a dare il massimo, ci provano e rischiano, e tante volte saltano.
Non ne farei una questione... che sono delle mezze seghe. Certo, se si fermassero ad un ristoro a farsi un bel piatto di pasta magari poi potrebbero ripartire e chiuderla, come può essere capitato a tanti di noi, ma a che pro? Se magari dopo meno di un mese ne hanno un'altra?
Però non tutti la pensano così e infatti nel prossimo numero di ST Magazine troverete l'esperienza di Rory Bosio e Mike Foote (e Lizzy Hawker) che hanno chiuso una LUT in tempi quasi da tapascioni...
emme ha scritto:Per quel poco che ho visto, a livello statistico, i DNF non sono accresciuti negli ultimi anni.
quattro pagine di 3D, anche molto interessante, poi arriva emme e ne smonta le fondamenta. NON si fa così, ecchediamine. Ma ti pare il modo?
Scherzi a parte, rilancio passando dai DNF ai DNS (ovvero i ritirati prematuri, quindi siamo in tema).
Non ho statistiche, ma vedo che spesso sono numerosi anche in gare alle quali ci si può iscrivere anche molto sotto data. Non posso credere che si tratti esclusivamente di infortuni. Che cosa c'è dietro all'iscrizione compulsiva?
blackmagic ha scritto:
E siccome voglio continuare a pungolarti, l'avvento parabolico di Walmsey, secondo te non era per niente studiato? Fotografo che lo segue da tre settimane, video pronto due giorni dopo, la storia di lui che lascia il lavoro... casualmente senza major sponsor. No way.