A cura di Maurizio Scilla
L’Ultra Trail Lago di Como o UTLAC ha portato quasi 1400 atleti provenienti da quaranta nazioni a correre sugli spettacolari sentieri che attorniano il lago, coinvolgendo le province di Como e Lecco.
Ad inaugurare l’evento è stato l’UTLAC 250 con partenza mercoledì 7 maggio alle 18 a Lecco, 254 km con ben 12430 m di dislivello, gara in auto-navigazione GPS con percorso non tracciato. Tutti i concorrenti avevano in dotazione un dispositivo gps con aggiornamento della posizione ogni 120’’.
Sabato alle 7 a Como è partito l’UTLAC 60 (62,5 km 3750 m+), il percorso si sviluppava sui sentieri che dal lungolago di Como salgono a Brunate per poi addentrarsi nella dorsale del Triangolo Lariano.
Alle 9 ha avuto il via l’UTLAC 15 (13,5 km 740 m+).
Infine domenica spazio all’ UTLAC 30 (30 km 1870 m+), con partenza da Bellagio, raggiungibile in battello grazie alla proficua collaborazione con il comune di Bellagio. Il percorso portava nei boschi del Triangolo Lariano e i sentieri di montagna dei Corni di Canzo.
L’ evento ha ancora grandi potenzialità di crescita, vista la location, il percorso e l’attrattiva del lago che in genere porta molti stranieri.

©Stefano Jeantet
UTLAC 250
Una sfida estrema durata quasi due giorni ha incoronato Daniele Nava con un impressionante tempo di 45h42’42”. Alle sue spalle Massimiliano Calcinoni in 49h24'26'' e Fabio Devalle in 49h 44’23’’ . Tra le donne Lisa Borzani ha dominato in 52h45’46’’, precedendo la svizzera Denise Zimmermann (55h23’53”) e Valentina Michielli (56h54’52”).
UTLAC 60
Grande prestazione per Cristian Minoggio, che ha fermato il cronometro in 6h08’23’’. Secondo posto per Gionata Cogliati e terzo per Stefano Rinaldi. In campo femminile si è imposta Chiara Galbiati in 8h34’00’’, seguita da Aurora Invernizzi e dalla francese Christine Tousch.
UTLAC 30
Il campione italiano di skyrunning Lorenzo Beltrami ha confermato i pronostici della vigilia tagliando il traguardo in 2h35’43’’. Podio completato da Matteo Borgnolo e Luca Carrara. Al femminile, successo per Giorgia Fascendini in 3h34’08’’, seguita da Nicole Ruggeri e Federica Meier De Vecchi.
UTLAC 15
La distanza più breve ha visto la vittoria maschile di Mirko Bertolini in 1h21’11’’, con Jon Pascual Colino e Felipe Magni subito dietro. Fra le donne trionfa Daiana Concilio in 1h 43’23’’, seguita da Isabella Gandin e Eleonora Gandin.
TEMPO DI BILANCI
UTLAC 2025 ha dimostrato ancora una volta come il trail running possa coniugare sport di endurance, paesaggi mozzafiato, promozione del territorio e spirito di avventura: «Siamo soddisfatti, sia per i numeri sia per l’internazionalità dell’evento – ha dichiarato Andrea Gaddi membro del comitato organizzatore -. Ovviamente quando vi sono 1.400 persone sul percorso qualche disagio è inevitabile, ma siamo riusciti a gestirlo e i feedback ottenuti da atleti e pubblico sono incoraggianti. Altra cosa che ha messo a dura prova gli atleti è stato il meteo, ma anche questa è una bella sfida, un bel banco di prova. UTLAC, anche grazie al brand “Como Lake” e alla bellezza dei suoi paesaggi, è una gara che è cresciuta molto, velocemente, e ha ancora margini di crescita». Neanche il tempo di vedere scorrere i titoli di coda che gi si guarda al prossimo anno: «Da domani si comincerà a pensare al 2026 – prosegue Gaddi –. Abbiamo già in mente nuove idee e alcune migliorie. Permettetemi però di chiudere ringraziando tutti i volontari che sono il cuore pulsante di questa gara, le istituzioni locali che da sempre ci sono vicine e gli sponsor privati senza i quali non saremmo potuti crescere».

©Stefano Jeantet
DANIELE NAVA (vincitore UTLAC 250)
Sono le 17:30 di mercoledì, mezz’ora prima della partenza e siamo tutti un po’ preoccupati perché il cielo è grigio, l’acqua scende e la speranza di vedere il sole i giorni successivi è poca. Mi piace pensare in questi casi che quando le gambe si mettono in moto poi il resto si gestisce. E così va anche stavolta, ritmo alto, tra bastoncini che non si aprono e qualche problemino al gps, senza neanche accorgermene sono a Colico e poi a Sorico dove comincia la salita e la gara vera.
Tutto scorre bene come l’acqua sui sentieri e nei torrenti che in alcuni tratti sono la stessa cosa e poi ecco il delirio della seconda notte.
In poco più di 4 ore ricopro la distanza tra Como e la Colma di Sormano dove dal cielo scende di tutto. Il vento è fortissimo. In alcuni tratti quasi ti ribalta. Metto la coperta di sopravvivenza sotto l’antivento per proteggere il busto dall’aria. Sul Bolettone ho realmente paura di congelare e questo mi fa accendere una lucina rossa che mi porta al ristoro con l’autopilota, poi sul ventoso San Primo e giù verso Civenna dove ancora piove, ma le temperature si fanno più gradevoli.
È finita e mai come in questa gara posso dire che ci vuole davvero tanta voglia di ricerca per fare questo “sport” e per accettarne le regole e le dinamiche.
Ho affidato davvero molto a questo splendido lago, come penso ogni concorrente che ha corso questa durissima gara quest’anno.
VALENTINA MICHIELLI (terza UTLAC 250)
La mia terza volta intorno al Lago di Como e mi si chiede se non la conosco già a memoria.
Non ho dubbi nel rispondere che in realtà 250 km sono molti da ricordare, i passi sono tanti e a volte quando metto insieme i ricordi sono un po’ confusi e come in un puzzle sbaglio a collocarli. In partenza sento già l’incognita del viaggio e respiro la pressione che c’è negli sguardi. Ho i pensieri leggeri, nessuna strategia, semmai improvviso , penso, e così accade.
Nelle gambe ho già il Vibram Trail Mottarone corso 3 giorni prima, quasi 80 km e quindi non ho intenzione di partire troppo forte. Sotto la pioggia scattano i primi km esagerati, si succedono i primi sbagli di percorso, e si formano subito le prime compagnie di viaggio.
Alan e Guè tra chiacchiere e passi veloci fanno scorrere il tempo e lo rendono meno pesante, il meteo non è dalla nostra parte, ma sembra tutto più facile quando lo sguardo si appoggia tra i contrasti del lago e il mare di nuvole. Che bello condividere il viaggio tra confessioni, solidarietà e perseveranza. Il cammino prosegue senza Guè verso il Monte Bregagno , il dislivello imponente e il respiro corto nell’aria fredda si sente tutto, ma poi si sa che finalmente si scende verso la base vita di Plesio. L’accoglienza è sempre spettacolare e qui mi vizio mangiando 3 mezzi polli, Denise mi guarda esterrefatta e mi dice “ no vegana”. Io sorrido, qualche scatto insieme ai volontari e si riparte a pancia piena verso il Venini.
La seconda notte sopraggiunge senza dormire , ma il vento e l’aria fredda cominciano a rendere la situazione più difficile. La nebbia poi cancella l’orientamento, si naviga nel buio. Alan è preoccupato, ma per fortuna un ricordo si colloca nel posto giusto e seppur in incognita, seguendo la freccia dei nostri gps sotto la forte pioggia abbiamo la certezza di essere nel posto giusto. All’ ultimo ristoro prima del Prabello, per proteggerci da quanto eravamo bagnati e infreddoliti escogitiamo un modello di sartoria all’ultima moda, due splendidi sacchi neri per i rifiuti trasformati in mantelline economiche all’ ultimo grido.
Più tardi sopraggiunge però la vera crisi di freddo, quella che ti irrigidisce i muscoli , ti blocca le mani e accentua la sensazione di sonno. Non si parla più , io barcollo a destra e a sinistra perché gli occhi mi si chiudono, poi all’improvviso mi sveglio, Alan dice che non ce la fa più. A quel punto bisogna spingere e arrivare il prima possibile al Rifugio, lì c’è il fuoco che ci aspetta.
Al Prabello sono costretta ad una lunga sosta per asciugare tutti i miei vestiti, mentre avvolta da una coperta offerta dal gestore il corpo finalmente si riscalda. Alan si fermerà un po’ di più colto da una crisi di nausea, gli dico solo di non mollare , è solo questione di tempo e poi passa, poi arriverà la Guè e non sarà solo.
All’uscita mi accorgo di non avere più il mio pettorale, erroneamente l’atleta francese al seguito, aveva preso il mio. Riparto un po’ impensierita, da sola, con me stessa , questa volta, nessuna compagnia. Sì, insomma io e basta, unica certezza.
Qui inizia il mio vero viaggio , mi perdo a brevi tratti ma so che avere il coraggio di perdersi dà la certezza di poter ritrovare la direzione . Ancora una volta sono nel posto giusto. Mi sento bene, non ho più sonno e i piedi non mi fanno male e credo di essere quasi l’unica a non avere nemmeno una vescica ai piedi. La discesa verso Cernobbio è veloce e raggiungo Jerome e il suo pacer.
Quanti sguardi amici, anche qui coccolata da piatti a 5 stelle e un’ottima birra portata dalla Fede, la giusta carica per ripartire. La mia sosta qui sarà breve, ho voglia di arrivare e devo trovarmi un obbiettivo, non ce ne sono molti, osservo l’atleta francese e mi dico “non mi faccio superare”, sorrido dentro di me, ma ho bisogno di questa motivazione ed esco allegramente quasi senza sentire il peso degli altri quasi 200 km.
Nella mia testa frulla un po’ di tutto , ma soprattutto l’idea di riuscire a scendere a Bellagio prima che faccia buio, ci sono tratti dove è facile sbagliare il percorso.
Magicamente spunta il sole, tra nubi ancora molto scure e un forte temporale, la solitudine si fa sentire, e mentre punto al Monte San Primo trascorro qualche oretta con il sound del mio cellulare. Lo spengo subito, ci sono presenze che mi osservano e scappano al mio passaggio.
Sono così distratta dal non accorgermi che sono già a Civenna. Mi sembra di essere stata veloce, o probabilmente non mi è pesato arrivarci perché sto osservando tutto quello che mi circonda e c’è così tanto da vedere che continuo a meravigliarmi.
Mancano poco più di venti chilometri , non sono molti, ma nemmeno pochi e li sento tutti. Sto bene, mi ripeto, ma all’improvviso qualcosa non va. Una volta al mese succede e certo non si può scegliere, soprattutto quando in periodo di stress fisico non si presenta nel giorno giusto. All’ultimo ristoro una volontaria mi aiuta.
Il rifugio Sev è raggiunto , manca la lunga discesa tecnica con le gambe stanche e provate, ma manca così poco che sono felice e orgogliosa di me stessa. Tra i sassi questa volta mi sento come uno stambecco azzoppato , e rido per la mia discesa goffa e assurda. Sono troppo entusiasta che dopo tanta attenzione e quasi ottima navigazione sbaglio proprio a pochi km dall’arrivo. Mi ritrovo tra le case con il braccio alzato a studiare la mappa, vicino a me un gruppo di ragazzini confabulano tra di loro dicendo che mi sono persa. Spariscono dietro una via. Un minuto dopo, timidamente uno di loro ritorna, mi chiede se mi sono persa e mi gira qualche indicazione per uscire dai muri di cemento. Ora devo seguire solo la sponda del lago, vedo l’arrivo.
Ho imparato ancora una volta che il vero viaggio è scoprire quanto si può andare lontani, con totale libertà, arricchita senza confini.
GRAZIE UTLAC