FIEMME ULTRA SKY: NUOVA E BELLISSIMA

Testo di Dario Pedrotti

Quando la sveglia ti strappa al sonno alle 3 di mattina non puoi che odiarla, se poi è la stessa che ti costringeva a riaprire gli occhi dopo un numero ridicolo di minuti nei microsonni del Tor, ti verrebbe da scagliarla violentemente contro il muro. Ma tu sai che fra un’ora partirà la Fiemme Sky Extreme 120, e anche che la benedetta signora dell’agriturismo ti ha preparato una colazione antelucana, così da bravo soldatino ti vesti, sbafi quello che trovi in sala da pranzo, togli il ghiaccio dal parabrezza dell’auto, e alle quattro in punto sei pronto a partire nella via principale di Cavalese.

Quando hai rotto il fiato e sei entrato in temperatura, sotto di te tremolano le luci della Val di Fiemme, sopra di te la costellazione di Orione ti indica la strada, all’orizzonte un leggerissimo chiarore dietro il Lagorai ti assicura che prima o poi arriverà il giorno, sotto le tue suole si srotola una salita dalla pendenza gratificante, e tu come al solito ti senti esattamente dove dovresti essere.

Dopo una decina di chilometri trovi il primo ristoro e ti sembra quasi troppo presto, ma il motivo per cui è lì lo capisci subito dopo, dato che il sentiero si impenna in mezzo ai boschi e non ti fa tirare il fiato fino a che non ti deposita sui prati sopra i 2.000 metri. Lì è bellissimo, con l’aurora che non sa decidersi se far partire l’alba dietro le Pale di San Martino o dietro il Lagorai e un panorama vastissimo tutto intorno che ti fa sentire libero come non mai. Peccato solo che i tracciatori conoscano un po’ troppo bene la zona e abbiano risparmiato sulle fettucce, costringendoti ad un po’ di caccia al tesoro per rimanere sulla traccia giusta.

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Guardando il ghiaccio sul terreno capisci che la temperatura è ancora ben sotto lo zero, ma tu neanche te ne accorgi, proseguendo spedito su e giù per quei crinali che si affacciano sull’infinito, bevendoti le nuvole infuocate che si prendono il cielo, e imprecando solo un po’ perché, quando il sole ha deciso dove sorgere, tu come al solito sei dalla parte sbagliata della cresta.

Sei già salito su 5 cime sopra i 2.000 metri, ma adesso è ora di fare sul serio, e dopo una “rampazza” sul cemento che ti porta praticamente al ristoro di Passo Feudo, inizia la salita al Latemar. È una di quelle belle, che vanno su a tornantini facendoti guadagnare dislivello senza farti schizzare gli occhi fuori dalle orbite. Ma è tutto inutile, perché dopo il Rifugio Torre di Pisa è tutto talmente bello, che gli occhi ti schizzano fuori dalle orbite comunque. Sulla cima Val Bona, fra le guglie di cui dà il nome al rifugio, nel grandioso anfiteatro successivo e prima e dopo il Passo dei Camosci, tutto intorno a te è fatto solo ed esclusivamente di dolomia, in milioni di forme diverse.

Nella leggendaria Val Travenanzes della LUT, a “sporcare” il regno di carbonato doppio di calcio e magnesio ci sono le piante, qui non c’è nulla e la sensazione di immersione totale in quel regno è incredibile. È un po’ come Venezia, dove qualsiasi cosa guardi ti dice che sei a Venezia: lassù in qualsiasi direzione guardi ti senti nel cuore delle Dolomiti. E non è certo una spolverata di neve a toglierti quella emozione, anzi, il manto bianco aggiunge magia e divertimento nel correrci sopra, obbligatoriamente con i ramponcini dopo la Forcella dei Camosci.

La discesa corre via veloce e poi ti aspetta un’altra “rampazza” sul cemento, che è il prezzo da pagare per arrivare sulla cima meno bella della gara, Pala di Santa, a 2.488 metri, da cui il panorama è ancora un volta bellissimo, ma salita e discesa molto meno. La discesa in particolare sembra un pezzo di granitico Lagorai dimenticato dal Padreterno a ovest della Val di Fiemme e richiede una agilità di gambe che io scopro tragicamente di non avere. Così come scopro, trascinandomi fino al ristoro di Passo Lavazzé al km 45, che non è affatto vero che le mie gambe hanno recuperato dal Tor di due settimane fa.

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Provo a darmi altri 7 km fino al ristoro di Passo Oclini per valutare la situazione, ma risulta subito evidente che non sono in grado di andare avanti: non riesco neanche più a costringermi a corricchiare in pianura, e le prossime due cime, il Corno Bianco e il Corno Nero, che dal passo sono entrambe meno di 500 metri di dislivello, a guardarle su mi sembrano l’Everest e il Lhotse.

Dopo di loro ci sarebbe la lunghissima discesa fino al fondo della Val di Fiemme, e la lunghissima risalita dall’altra parte, per andare a godersi il Lagorai e le sue infinite pietraie. È un altro posto che adoro, ma mi sento come quando hai già fatto tutte le flessioni sulle braccia che puoi permetterti, e quella dopo è semplicemente impossibile. Così non mi resta che ritirami. E comunque, chissà se ce l’avrei fatta ad arrivare al traguardo prima  di quando durante la notte pioggia e altra neve sopra i 2.000 hanno fatto sì che le condizioni meteo siano state giudicate oltre il limite della sicurezza, e la gara sia stata interrotta. A riuscire ad arrivare al traguardo sono stati in 14 sui 90 partenti: in 16 ore e 12 minuti il primo degli uomini, Marco De Salvador, e in 22 ore e 6 minuti la prima delle donne, Valentina Michielli.

La  Fiemme Sky Extreme 120, e tutte le sue sorelline minori da 80, 55 e 30 chilometri, sono delle gare fantastiche che oggi esistono per la caparbia determinazione di cinque “quasi giovani” della Valle di Fiemme, che adorano le loro montagne e si sono dati un gran da fare per farle godere anche ad altri ed altre. Alice, Andrea, Enrico, Marco e Roberto hanno sognato queste gare, e sono andati avanti ostinatamente fino a vederle realizzate. Quest’anno gli iscritti sono stati 520 e qualche posticino è rimasto vuoto, ma se pensate di partecipare nei prossimi anni, e io ve lo consiglio calorosamente, meglio iscrivervi per tempo, perché la FUSKY diventerà in poco tempo una delle gare più ambite d’Italia.

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