ANTOINE GUILLON IL CAMPIONE METRONOMO

Intervista di Maurizio Scilla

 

Il francese Antoine Guillon ha 50 anni, è un ultratrailer che ama mettersi alla prova su terreni diversi, ama viaggiare, ha partecipato a gare in tutto il mondo. La sua semplicità e la sua modestia lo hanno reso un personaggio molto apprezzato nel mondo del trail.
Nel 2015 ha vinto la Diagonale des Fous sull’isola della Réunion, nella stessa gara è salito sette volte sul podio, ha terminato 4 volte nella Top Ten all’UTMB, ha vinto l'Ultra-Trail World Tour 2015, possiamo citare anche tra le sue tante vittorie: Cami de Cavalls a Minorca, Andorra UltraTrail, Maxi Race Madeira, Transmartinique.
Lo abbiamo intervistato dopo il suo arrivo all’Abbots Way, un terzo posto che vale un secondo, visto che è arrivato per mano con l’amico Cedric Chavet, ma penalizzato dall’esser partito pochi secondi prima di lui a causa delle partenze scaglionate.

 

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Hai iniziato a correre a 12 anni, vent’anni più tardi hai preso la via del trail, che ricordi hai?
Ho iniziato con la corsa su strada. Non ho mai amato la velocità, così molto spesso correvo su ritmi tranquilli. Preferivo le strade forestali, senza rumori, lontano dalla città. Ho partecipato a un’ottantina di gare su strada fino all’età di 23 anni, su distanze che variavano dai 10 ai 42 km. Poi ho smesso di gareggiare, mi allenavo per mantenermi in forma visto che avevo un lavoro faticoso, potavo grandi alberi.

Nel 2002 ho cambiato lavoro e ho scoperto il trail. Mi ricordo di quei momenti, la gioia di correre immerso nella natura, senza guardare il cronometro, mi godevo i sentieri! La prima gara mi è piaciuta molto e ho scoperto che avevo delle buone qualità anche per quanto riguarda i dislivelli.
Nel 2004 la mia prima ultra, un’illuminazione! Presto è diventata una passione e un equilibrio di vita.
Sono felice di aver trovato questo nuovo modo di vivere, per me, ma anche per la mia famiglia, per i viaggi, gli incontri.

Non sei semplicemente un trailer, perché hai un rapporto profondo con la natura, cosa ci dici a tal proposito?
Durante la mia infanzia ho sempre preferito la natura alla città. Andavo a giocare nei boschi, mi arrampicavo sugli alberi, cercavo i funghi, i frutti, gli animali. Ci passavo giornate intere perché ho sempre abitato vicino alla natura. Ed è per questo che nel trail osservo tutto quello che c’è attorno, mi piace riconoscere le specie vegetali e animali. Ogni viaggio, ogni corsa mi dà soddisfazione al di là della competizione in se stessa, perché mi lascia una carrellata di immagini. Di ognuno dei 150 trail che ho corso mi vengono in mente ricordi, le piante, gli animali, ho aneddoti per tutti i trail. Ho anche l’impressione di ricavare energia dal contatto con le piante, mi sento bene vicino a loro.

 

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Hai sempre corso in stile “minimalista”, facendo attenzione a tutto il peso superfluo, a partire dal cellulare, lo zaino, il cronometro: perché?
Ho un fisico minuto, 1,69 m per 51 kg, quindi per me è importante ottimizzare il materiale. Ogni elemento della mia attrezzatura viene valutato. Amo correre nella natura e sentirmi leggero mi fa sentire a mio agio, mi permette di apprezzare quello che ho intorno. Se poi la vediamo sotto l’aspetto della performance, è altrettanto importante, a volte i posti sul podio ce li giochiamo per qualche minuto, 100 grammi inutili mi possono far perdere 12 minuti in una gara come la Diagonale des Fous.

Ti piace l’evoluzione che ha avuto il trail? Cos’è cambiato in questi anni?
Ho seguito l’evoluzione del trail in questi 19 anni, ci sono tante più gare, tanti più atleti e sempre più giovani. Le organizzazioni sono diventate più professionali, la sicurezza è salita di livello e c’è una buona presa di coscienza per quanto riguarda l’impatto ambientale delle nostre attività.
Tutto ciò ha portato a decisioni ponderate per dare alla nostra disciplina un'immagine di rispetto e un esempio di ricerca dell'equilibrio per la salute.
Quindi posso dire che il trail mi piace ancora, tanto più che c’è la possibilità di scegliere dove e quando correre. Nessuno mi obbliga a partecipare a una gara che non rispecchia i miei valori, non ci vado e evito di lamentarmi.
Devo anche dire che ci vuole una preparazione accurata per sperare di vincere un grande evento oggi, e questo ti obbliga a diventare "professionista". Tanti atleti sono quindi costretti ad avere due vite professionali, il lavoro e il trail running.

 

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Tu sei innamorato dell’Ile de la Réunion, hai vinto la Diagonale, più volte sei salito sul podio, hai il record del tour dell’isola su asfalto, cos’è quest’isola per te?
È un' isola favolosa per il trail running. Il terreno è fantastico in termini di bellezza e tecnicità. Il trail là esiste da molto tempo, il Grand Raid de la Réunion è nato nel 1989. Per questo motivo gli abitanti dell'isola sono vicini al nostro sport, sanno tutti di cosa si tratta, quindi quando c'è la gara è una grande festa, con una atmosfera calda che viene dal cuore, quindi mi sento bene  e sono molto ben accolto.

L'idea di fare il giro dell’isola su strada, 212 km, è nata sia per misurarmi con il record esistente (migliorato di 40'), sia per provare una nuova esperienza, per trovare motivazioni e divertirmi con altri trailer, amici che vedo durante il Grand Raid.

Il tuo nickname è “Il metronomo”, sei conosciuto da tutti i trailer per la tua corsa regolare, in recupero, all’Abbots Way avevi previsto di finire in 13h20’, esattamente il tuo tempo di finisher, qual è il tuo segreto?
Il metodo di calcolo non è molto complicato perché mi conosco bene. So perfettamente quanto tempo posso impiegare per una salita con pendenze del 10 o 20%, se è su terreno agevole o sassoso, se è al decimo, al cinquantesimo o centocinquantesimo chilometro. Stesso principio per i tratti pianeggianti o le discese. Non mi resta che studiare il percorso per conoscere il terreno e il dislivello, facendo anche attenzione alla temperatura, alla pioggia o alla neve che possono modificare un po’ la durata; il gioco è fatto: all’Abbots  avevo pianificato tutto al minuto grazie ai video.

Attenzione, a volte il metronomo è completamente fuori uso e non sono più preciso dei treni francesi!

Ai giovani trailer cosa ti senti di dire?
Innanzitutto che hanno scelto un grande sport, questo è importante, con grandi valori che hanno una missione da mantenere. Conto su di loro.
Il consiglio è di progredire gradatamente con le distanze, senza bruciare le tappe, così si divertiranno e potranno continuare a lungo in buona salute.

Quali sono i progetti in cantiere?
Ho delle altre corse nel mirino: il Cami de Cavalls a Minorca a maggio, il Montreux Festival a luglio, può darsi il Tor des Geants se non ci sarà la Diagonale des Fous, non ho ancora deciso per quanto riguarda agosto e settembre. Ho paura che non ci saranno gare in Francia prima delle elezioni presidenziali che si terranno ad aprile 2022, ma è solo uno spiacevole presentimento.

A te piace condividere il percorso e l’arrivo in gara, l’hai fatto più volte, perché?
In allenamento, in stage o in gara, mi piace condividere i km con un amico o più amici. Andare alla scoperta ti fa stare bene ma farlo con gli altri è decisamente meglio. E poi corro da tantissimo tempo, i podi in solitaria non mi danno molte soddisfazioni, è quasi egoista e non ho più niente da dimostrare. Trovo molto più piacevole quando arrivo con un altro atleta con cui ho condiviso le fatiche della gara. Mi lascia ricordi migliori.

Prima vittoria al Trail des Citadelles 2007, ultima vittoria al momento alla 100 Miles sud de France 2020, qual è il souvenir più bello di tutti questi anni?
Vincere la Diagonale des Fous è stato fantastico! Durante la gara ho provato emozioni e forze insolite. Sono stato spinto dal pubblico e dai miei amici. All'arrivo, è stata una gioia condivisa molto forte.
E in molte altre gare ho avuto dei momenti favolosi, come al Tor des Géants con il mio amico Christophe Le Saux. Là è la dimensione immensa che fa paura, un viaggio sulle grandi montagne con un’esaltazione eccezionale che aiuta a superare se stessi.

 

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© Simona Foi

 

E che ricordo ti ha lasciato l’Abbots Way?
Riparto con le immagini di una regione storica lontana dalle grandi città, con una natura molto presente e con tanti animali selvatici. Un percorso vario con molti corsi d’acqua, piccoli villaggi con belle costruzioni in pietra e giardini spesso ben curati. Ho visto bellissimi aceri giapponesi, enormi magnolie e cedri, vicoli di tigli che devono avere un profumo meraviglioso quando sono in fiore. E ovviamente il passaggio al Forte di Bardi! Tornerò presto in vacanza per visitare Bobbio e dintorni. Complimenti agli organizzatori!


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