AV 8

Alta Via n. 8 "degli Eroi", da Feltre a Bassano del Grappa

di Matteo Grassi

 

Domenica mattina presto. È ancora buio. Dei ragazzi che hanno fatto serata ridono parlando con il tabellone degli orari, mentre due fari sbucano da lontano anticipando il rumore sordo del treno che si avvicina.

Io sono in "tutina": calzamaglia e giubbino con cappuccio, zaino attillato e feretra sulla schiena. Mi accomodo sul sedile ascoltando l'altoparlante che propone gli avvisi e annuncia le prossime stazioni.

 

È strano muovere i primi passi dal binario e orientarsi cercando i profili dei monti tra un Aldi, un Brico e un Lidl. Riconosco il Pizzocco, quindi le Vette, l'Avena ed, eccolo, il Tomatico.

Abbandono la via urbana per una piccola strada ondulata che si avvicina al monte, passando per Tomo e Porcen ancora addormentati.

Attacco la salita corricchiando: sarà lunga e noiosa, temo, così come tutta la traversata... tanto più se immersa in questa bruma autunnale.

E invece la salita passa svelta, il cielo è ormai vicino e la sella a due passi quando perdo l'ultima svolta e mi imbatto in un rudere di casone con tetto a fojarol rappezzato qua e là con lamiere sgangherate. Mi fermo a mangiare, ammirando la sua primordiale tecnologia.

Riparto scavalcando la dorsale che dà sul Piave, con lo sguardo a cercare la linea che dovrò percorrere nel tratto a me ignoto fino alla malga Val Dumela. È il cosiddetto "sentiero CAI Montebelluna", aperto negli anni '70 da Italo Zandonella Callegher (ideatore della AV 8) e i soci dell'omonima sezione. Sulla carta è la sezione più piccante dell'intera via.

 

superlamont Peurna

© Superlamont - Monte Peurna

 

Fin dove riesco mantengo il ritmo, ma la traccia si fa esile e i passi lenti uno dopo l'altro, tra terra mossa ed erba infida su ripidi pendii, aggrappandomi qua e là a tronchi o a radici piuttosto che ai rari cordini metallici (troppo sottili e laschi; assenti nei brevi tratti più esposti).

Si tratta di compiere l'arco acerbo della valle di Schievenin tra la forcella Bassa e quella d'Alvien: una manciata di chilometri che però non finiscono mai. E tra me borbotto, perché non mi aspettavo di dover ravanare tra le zecche.

Guardo l'ora: con questa media non riesco a prendere nemmeno l'ultimo treno a Bassano. Ma dalla Dumela in poi so che recupererò. Attraverso un pascolo ancora attivo raggiungo le stalle di Fontanasecca, dove inizia il tratto per me più bello: la dorsale dei Solaroli, un lungo e facile crinale, dal monte Solarolo alla croce dei Lebi, a Cima Grappa, con un piacevole e corribile su e giù.

La "montagna sacra" è un luogo di grande fascino universale, ma al tempo stesso indigesta per la presenza di auto e turisti. Attraverso il Sacrario fendendo una nebbia leggera, leggendo i nomi dei monti appena calcati sui macro cippi alla mia sinistra.

 

alexander gumina Cima Grappa

© Alexander La Gumina - Cima Grappa

 

Da qui è solo discesa, ma tanta: oltre mille e seicento metri in giù. E così sia, tra facili sentieri, sterrate, asfalto, ancora sentieri e un infernale colatoio pieno di massi instabili, fino alle falesie di Santa Felicita.

Pochi minuti e ho il piattume veneto all'orizzonte. Strade, case, capannoni, luci e così via, fino alle ciclabili e ai marciapiedi che nel crepuscolo mi portano alla macchinetta dove, con qualche tocco allo schermo e un bip con la carta, ottengo il pass giusto in tempo per salire sul treno già pronto a partire dal binario 3.

Mi siedo, cambio maglia e penso: "Non ho ancora capito perché si chiama 'Alta Via', ma soprattutto: 'delle Dolomiti'. Però mi sono divertito".

 

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