Testo e foto di Matteo Grassi
Fino al 2011 non sapevo dove fossero esattamente le Marmarole. Quello è stato l'anno in cui, dopo un periodo difficile, mi rimetto in forma e faccio l'apripista alla LUT 90 da Auronzo. È notte e, dopo circa 40 km, lascio Carlos, il "capo balisatore", a Palus San Marco. Io proseguo e salgo verso non so dove. Inizia il crepuscolo e intravedo una gola ampia e al suo fianco un erto campanile di roccia. E così faccio la conoscenza delle Marmarole. Belle e selvagge. Ma inaccessibili, per me, quelle montagne.

2024, durante un fine settimana di fine autunno, mi trovo a esplorare due, tre valli ai piedi delle Marmarole orientali, da nord. Torno a casa e inizio a studiare.
È anche il periodo in cui scopro e riscopro Cridola, Spalti di Toro, Monfalconi e Dolomiti friulane. Ghiaie e forcelle.
Ma ormai è inverno, c'è neve e ghiaccio.
2025, Auronzo, fine giugno. Provo un anello tra la Forcella Paradiso e il Jau della Tana, ispirandomi a un video (con protagonista la Valmassoi) visto su YouTube. Piove e tuona, niente da fare.
Passano due settimane e ci riprovo, stavolta dalla Val d'Oten, proprio come nel video. Jau della Tana, Forcella Froppa e Forcella Marmarole, quindi giù per quel famigerato imbuto di roccia, marciume e neve. Fatta.
Rientro. Soddisfatto?
Sì. No.

No, perché sento che il cuore delle Marmarole è di là: oltre il Jau, oltre il bivacco Tiziano, dove le tracce diventano labili. Dove le mappe si fanno incerte. Dove i racconti diventano surreali.
Lo sento. Lo desidero.
Torno a casa e studio ancora.
Sto pensando a un nuovo progetto (in programma), ma non è il fine settimana giusto. Forse è quello giusto per le Marmarole? Sabato piove, ma domenica è bello.
Ore 6: parto.
Ore 7: Chiggiato.
Ripercorro i labili sentieri e le faticose risalite al Jau, con funi e scalette. E fin qua nulla di nuovo, se non che mi sono un po' avvantaggiato con passo veloce dove possibile.

E così ancora fino al bivacco Tiziano, su terreno facile ma poco tracciato.
E da qui inizia l'avventura. L'immersione progressiva in quello che faccio fatica a definire.
Scendo, traverso e inizio dolcemente a risalire. Dolcemente un cazzo. Perché la traccia gira e impenna su per ripidi prati che portano a una cresta, sempre più stretta. Guardo il vuoto a sinistra, guardo il vuoto a destra, non so quale parte è peggio. Al che mi ritrovo a cavalcioni su una roccia tra le due scoscese facce della montagna.
Poi si allarga e si apre una valle incantata. In breve scendo al bivacco Musatti.

Un cartello avvisa: "EE Attrezzati". Mi faccio promessa che al prossimo tratto mi assicuro. E così è: vedo la fune poco sopra di me, dove il ripidissimo prato è eroso in sabbia. Faccio due balzi in su, lanciandomi ad afferrare la corda, e mi aggancio. Inizia il tratto attrezzato. Faticoso, tecnico, esposto. Ma è niente rispetto a quello che verrà dopo, e dopo ancora.
Prati, cenge, e cresta. Forse era qua il tratto esposto? Poco importa, non sto scrivendo una relazione del Sentiero Sanmarchi. Lo ammetto: ho i ricordi confusi, e le emozioni si accavallano e si aggrovigliano.
...
Ricordo salite erbose tra zolle e terra. E discese di sassi e pietrisco, infide ed esposte, severe e fatali. Ma a tratti anche divertenti e soffici ghiaie. Salgo ancora. Scale, funi, scavalco. Quello che trovo è assoluto. Inizio a parlare da solo. Ogni passo è misurato. Ogni presa con le mani. Ogni appoggio. Finalmente le funi. La vertigine e gli appoggi millimetrici sono più rassicuranti. Forcella Vanedel. La passo, scendo un po', risalgo scalette, trovo un poggio e mi fermo, mangio. Penso: "Si calmerà prima o poi". E sorrido.

In effetti un po' si placa, ma non troppo. Per fortuna l'avventura continua nell'incantevole Val di Mezzo e poi per la Cengia del Doge.
Da qui mi infilo nella Valle di San Vito: amena, bella e rassicurante. Quella in cui, nel 2011, poco prima dell'alba, mi trovai di fronte al Corno del Doge.

Sono finalmente su facile sentiero. Casco in testa, imbrago in vita e riprendo a correre, a scavallare la Forcella Grande alla vista di Pelmo e Antelao.
Da qui in poi è semplicemente trail. San Marco, Galassi, Capanna Alpina e giù a Praciadelan.

10, 15 km, poco importa. Una sorta di pausa spazio-temporale, che nulla ha a che vedere con quello che è stato prima. Un orgasmo di piacere e paura che non si dissolve con la discesa. E che rimane indelebile. E che frulla ancora in testa. E che probabilmente rimarrà con me. Almeno fino alla prossima avventura. Trail e, o, oltre il trail.