Testo e foto di Matteo Grassi
Premessa 1
Tutto ha avuto inizio da bambino, guardando la carta dei sentieri di papà.
Della valle conoscevamo tutto e allora spostavo lo sguardo nelle parallele e fantasticavo camminate senza limite di distanza e orario.
Oggi, passati tanti anni dedicati alle corse in montagna e al trail, mi è rimasta ancora quella voglia di andare... più in là.
Premessa 2
Forse qualcuno ricorda o avrà sentito parlare della mitica Dolomiti Skyrun, gara disputata solo tre volte dal 2014 al 2016, che ricalcava per buona parte il tracciato dell'Alta Via numero 1 delle Dolomiti. Dopo aver partecipato (nel 2014) scrissi: "È la gara più bella che io abbia fatto".

AV 1
Veniamo all'oggi. O meglio, a qualche settimana fa, quando prendo in mano una matita e scrivo su un foglio i dati delle Alte Vie delle Dolomiti, dalla 1 alla 10.
"Chissà se riuscirò mai a farle tutte", ho pensato. E così sono tornato ai ricordi del 2014, a quel mix di amore e odio vissuti nella parte a nord (Braies - Duran) e poi nella tremenda e orrenda variante a sud tracciata ad hoc per evitare la ferrata della Schiara.
Chiaro che se proprio voglio iniziare a mettere una spunta verde a quell'elenco, be', allora devo iniziare dalla "1", la classica, fatta nel tracciato originale, integrale e individuale. Inizio a studiare, a preparare la traccia e a incasellare dati.
La prima occasione per provarci sfuma a tavolino, causa meteo avverso. La prossima finestra arriva a fine agosto. Le condizioni ci sono, seppure con qualche instabilità nella seconda parte; è tutto pronto. Si va.

Com'è andata.
Braies, ore 8 meno una decina di minuti. Mi affaccio al lago già preso d'assalto dai turisti - constato amaro - per i selfie da Instagram.
Clic sull'orologio e via, sul facile lungolago dove riemergono le immagini della DSR 2014. Non c'è il clamore di una gara, solo il mio respiro, i ricordi e i pensieri.
Salgo a memoria. Male, perché al primo bivio sbaglio e la allungo un po'. Dal rifugio Biella al Sennes, e quindi Fodara Vedla, Pederù, Fanes... al filo principale si uniscono le memorie dei vari passaggi su questi sentieri: è un piacevole intreccio variopinto. La Forcella di Lech non smette di stupire nemmeno stavolta, con incredibile colpo d'occhio: sotto il lago e di fronte il Lagazuoi.
Corricchio leggero sulle facili rocce che risalgono la forcella, quindi giù al Falzarego per il Sentiero del Fronte, dove puntuale rispetto alle previsioni il cielo grigio bagna il primo pomeriggio con qualche manciata di gocce che fanno scappare gli "overtourist".
Quanto bello il sentiero che risale tra rocce e aggira l'Averau, che strane le dita rocciose delle Cinque Torri, che luoghi dell'anima Lago de Fedèra e Forcella Ambrizzola. In un baleno arrivo alla Staulanza, dove ha da poco smesso di piovere, e risalgo al Coldai tra le nuvole mosse da folate fredde; mi preparo al tramonto e, dopo il rifugio, al buio che incombe.
Faccio un gioco: se arrivo al Vazzoler prima delle 22, mi concedo l'ultima cola. Ci arrivo alle 21:58, ma tutto tace, si va a nanna presto da queste parti.
Fin qua tutto facile, fin troppo, ma da qui in poi cambia il registro. È notte e i sentieri corribili sono già nel dimenticatoio. All'uscita dai mille mughi il rifugio Carestiato tra un cielo nero costellato di piccole luci e una battaglia giallastra di lampi intermittenti dietro alle cupe creste.

Nel 2014, da malga Moschesin, si scendeva a La Muda nella Conca Agordina. Mi abbevero alla fonte e proseguo il lungo viaggio dell'AV1 nel buio umido della notte nebbiosa, addentrandomi nella parte più selvaggia della via, a me completamente ignota.
È qui che scivolo nel tunnel del torpore e delle difficoltà. Si spegne definitivamente la traccia al polso proprio in un tratto in cui il percorso pare un po' illogico e sembra prendermi in giro. Non è facile seguire la labile via segnata da bolli sbiaditi qua e là, complice la foschia. I frequenti dubbi, confutati dal gps sul telefono, permangono fino alle prime luci, quando a sostituirli subentra il timore per la pioviggine e le nuvole basse che incappucciano Pelf e Schiara.
Temo di dover abbandonare il progetto!
Faccio di tutto per non pensare a questo scenario e alla svolta per il Bianchet, dove scende la versione semplificata dell'Alta Via. Salgo alla forcella: casomai rientrerò.
La salita è di quelle cattive, erta, tra sassi e divertenti placche di roccia. Bolli qua e là e sali dove vuoi.
Arrivo alla gola tra pareti vertiginose che piombano su Belluno, dove risalgo un po' per la Schiara a raggiungere il bivacco del Marmol. La ferrata, dopo un primo approccio, si fa spettacolare tra salti verticali e cenge maestose. Là sotto, nel prato, c'è il VII alpini, l'ultimo rifugio. Da lì in poi è routine. Ricompongo le attrezzature nello zaino e corro a scendere la gola solcata dall'Ardo. A Case Bortot inizia l'asfalto e a passo di corsa si sfuma nell'urbanità. Strade, auto, rotatorie, marciapiedi: una piazza con fontana.

AV 1 - in cifre
Lunghezza: circa 125 km in base alle varianti (io ho percorso131 km)
Dislivello: idem, circa 8.000 m+ (io ho registrato 8.280 m+)
Punti di appoggio: numerosi rifugi fino a passo Duran, più radi nell'ultimo settore, ma sufficienti, ovviamente chiusi di notte
Note: per la ferrata finale (piero Rossi, "ex Marmol" difficoltà "D" secondo la scala austriaca) ho utilizzato attrezzatura

Mappa tratta da Alta Via delle Dolomiti n.1 - ideata da Toni Sanmarchi - dal Lago di Bràies a Belluno per sentieri di montagna ©2005 Amministrazione Provinciale Belluno