DUE GIORNI VERSO SUD

Testo di Raffele Guzzon

“Buon cammino!” Maledizione, mi ero riproposto di non rispondere così a nessun cenno di pellegrino, ma eccomi qui, su un sentiero appenninico, a scambiare uno zaloniano saluto con una coppia di simpatici inglesi che scendono di buon passo lungo il sentiero che apre al Mugello. Firenze è ancora lontana, lontanissima scoprirò in seguito, ma aver scavallato l’Appennino è un risultato di non poco conto.

Dove mi trovo? Sulla Via degli Dei, uno dei cammini italiani più noti, da Bologna a Firenze (Fiesole a esser pignoli), sulle tracce, in effetti per brevi tratti presenti, della Via Flaminia. Ci correvano anche un’ultra, qualche anno fa, ma il percorso rimane ed anzi, ora che camminare sembra diventato uno dei nuovi trend, me la aspetto più affollata che mai. Eccomi qui, una mattina di settembre che pare ancora piena estate, in Piazza Maggiore a Bologna. Sono le 9 del mattino, ma sarà per il caldo, sarà per la bellissima giornata, sarà perché le scuole sono chiuse, sembra l’alba. Bologna mi accoglie splendente e sonnacchiosa, una meraviglia. Il piano è semplice. Percorrere la Via degli Dei in un wee-kend, spezzandola a metà con una sosta in Appennino. Attrezzatura leggera, un cambio, bacchette, borracce e poco altro, confidando nella rete di servizi che si trovano, speriamo, lungo questa “autostrada” dei viandanti. Certo, l’idea è quella di fare un paio di lunghi sostanziosi in posti che si annunciano affascinanti, ma anche quello di curiosare un po’ in questo mondo di “camminatori” che sta diventando un fenomeno non trascurabile, almeno stando ai media. Pronti? Via, si parte.

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La Via degli Dei inizia con la salita a San Luca. Il portico ti accoglie appena fuori dal centro storico di Bologna, opera urbana incredibile, quasi 4 chilometri che ti accompagnano e proteggono, fugando qualche preoccupazione o timore per una due giorni che si prospetta impegnativa. Il portico è unico, ma muta più nella sostanza che nella forma, lungo la strada. La parte bassa è laica, popolana. Alle immagini di santi si alternano botteghe e scorci su cortili, bolognesi di varie etnie si affacciano e scambiano un cenno, non ancora assuefatti dal popolo di camminatori che sale alla Basilica, forse grati che da lontano qualcuno voglia calcare queste pietre. Appena si attacca la salita l’atmosfera cambia, le botteghe lasciano spazio a targhe commemorative, una per arco, di chi ha contribuito negli anni o nei secoli, a mantenere in piedi quest'opera. Ogni arco è una storia, un ricordo, una grazia ricevuta, un esame superato, una Spoon River emiliana in cui perdersi per non pensare ai chilometri e ai gradini che mancano. Arrivati a San Luca la città è alle spalle e, forse, non si può più tornare indietro. Si scende nella valle del Reno e si ha un assaggio di cosa vuol dire un cammino. Certo, arriveranno luoghi instagrammabili, tramonti e albe, passaggi sulla storia, ma intanto ci sono da percorrere una dozzina di chilometri di pianura, sull’alveo del fiume, caldi e complicati dalle piene che hanno sconvolto il percorso. Pazienza, il vantaggio di poter correre qui fa la differenza e, salutata la folla di visitatori della Basilica, inizio a incontrare chi ero venuto a cercare: i viandanti sulla Via degli Dei.

A coppie o a gruppi, più di rado qualche viandante solitario, li incontrerò per tutta la due giorni, sul cammino, seduti a un bar lungo la strada, sdraiati all’ombra scoraggiati o felici. Ci si scambia poco più di un cenno, due parole sul caldo, sulla strada, sulla prossima tappa. Il popolo dei camminatori è alquanto variegato, un melting-pot itinerante che per qualche cosa mi sembra familiare. Ci metto un po’ a capire perché, ma in effetti questa varia umanità somiglia maledettamente ai “pionieri” del nostro sport. Non mi riferisco alle figure che lo hanno creato con le prime imprese incredibili, ma al popolo che si affacciava con varia inconsapevolezza, incoscienza e un filo di dubbio, alle prime gare di trail, alle uscite autogestite. C’è di tutto, qui come allora. Escursionisti esperti, gruppi di ragazzi inconsapevoli ma entusiasti, coppie alla ricerca di un'esperienza diversa dal solito, stranieri che invece di fermarsi a Roma o Venezia hanno pensato di andare a Firenze a piedi e che, probabilmente, l’Appennino se lo aspettavano diverso dall’argine del Reno e dalla boscaglia rinsecchita dei primi colli bolognesi. C’è chi è ben attrezzato e chi palesemente ha sbagliato tutto, scarpe da trail, scarponi di primo prezzo, sneakers. Zaini tecnici e borse taglia-spalle, bacchetti e bastoni, tende decisamente troppo pesanti. Ma c’è anche quella voglia di un’avventura a portata di mano, di mettersi alla prova, la scelta non così scontata di fare una gran fatica per raggiungere un traguardo che resterà solo nella memoria, senza classifica, premi o trafiletto su qualche giornale. Una sfida con sé stessi, dove gli altri sono compagnie e non avversari. Mi trovo a mio agio in mezzo a questa umanità e penso a come sarà questa cosa, il cammino con la C maiuscola, tra qualche anno. Seguirà la parabola di tanti altri sport “di nicchia” diventati mainstream, o saprà mantenere questa polverosa semplicità?

Intanto la Via degli Dei continua. Il tratto emiliano, da Bologna al crinale, non è affatto una passeggiata: è montagna vera, dura, sfidante. Il caldo non aiuta, si alternano strappi secchi, pendenze impegnative, a lunghe strade polverose e assolate. Mantenere il ritmo, idratarsi, mangiare, i soliti propositi di ogni gara di trail, qui però devi fare tutto in autonomia, senza contare su nessuno. Perché sì, il sentiero è sempre segnato in maniera impeccabile, impossibile perdersi, ma questa è la Via degli Dei. Punto e basta. Un sentiero ben tracciato, che si immerge nell'Appennino con la A maiuscola, quello sempre più spopolato, a mano a mano che Bologna si allontana, una natura incontenibile che avvolge, ma anche complica, il cammino. Salendo, i panorami si aprono sulle montagne del crinale, si alternano agli ultimi campi coltivati pascoli d’alta quota, castagneti secolari e faggete, ma i villaggi sono piuttosto distanti e tra questi non c’è letteralmente nulla. Non ci si sente abbandonati, appena possibile qualcuno, comunità o semplice cittadino, ha posto una fontana, un tavolo, una panchina, ombra o semplicemente un messaggio, un graffito, per sostenere il viandante, ma la fatica è tutta tua sulle tue spalle e con essa il necessario per il cammino. Al tramonto sono nei pressi di Madonna dei Fornelli.

Un’oretta in ritardo rispetto al piano iniziale e no, non perché mi sono fermato a fare storie su IG. È stata una giornata impegnativa, ma qui a 800 metri pare di essere in alta montagna e la luce della sera, insieme a un bel vento teso, ridanno fiducia per quel che manca da fare.

Senza vincoli di treni riparto all’alba, finalmente ad una temperatura accettabile. Il sole sorge sugli Appennini ma riesco per parecchie ore a sfuggirgli immerso nei boschi di crinale. Questo è il tratto più scenografico della Via degli Dei, da solo vale la traversata. Alle sommità gli Appennini sono primordiali, raramente sfiorata dalla civiltà. Le uniche impronte dell’uomo sono i recinti degli animali al pascolo, qualche antico edificio rurale, a dar ritmo al cammino e sì, finalmente, il selciato della Via Flaminia che riemerge dalla foresta. Si viaggia spediti pur su sentieri a tratti tecnici, grazie all’ombra e al fresco, ma anche sempre più soli, a confrontarsi con le proprie attese, i propri limiti, a capire cos’è essenziale. Il cippo che segna il passaggio dall’Emilia alla Toscana quasi me lo perdo, immerso nel bosco e nei pensieri. Al Passo della Futa l’immenso cimitero militare, invadente nella sua architettura brutalista, ci ricorda che da qui è passata la Storia, quella con la S maiuscola. La Linea Gotica, un’altra traccia, tragica e quanto mai attuale: camminare sulla Via degli Dei è anche memoria di questo, nei cippi che ricordano eccidi nazifascisti, nelle tracce recuperate della guerra che si infranse su queste montagne. Scendendo verso la Toscana il panorama cambia e con esso la Via degli Dei. Uscito dall’Appennino mi ritrovo in piena campagna toscana, con tutto il suo fascino, ma fatico a ritrovare il calore, l’accoglienza discreta, che ho trovato sul lato emiliano. Certo la segnaletica è perfetta, i sentieri in molti tratti migliori, ma è inutile girarci attorno, la Toscana è turismo per mille ragioni, ed anche qui in Mugello, terra più autentica che altrove, forse il cammino è visto come una delle tante proposte, nulla più. Siamo in Toscana, ma non a Firenze. Mancano anzi ancora parecchi metri di dislivello. La salita più ambiziosa è a Monte Senario, antico eremitaggio, poi monastero di grande tradizione, mette soggezione dal fondo della valle e ancor più arrivati alle mura, palesemente sproporzionate all’uso attuale, che sanno di una storia passata e che probabilmente non tornerà. Monte Senario è l’ultima tappa, ristoro prima della discesa verso Firenze. Chi arriva sa, magari inconsciamente, di avercela fatta e insieme alla soddisfazione, sale la malinconia per l’avventura sta per finire. Appena sceso dal colle sommitale Firenze si spalanca sui pascoli d’alta quota, il cupolone del Duomo è impressionante. Il percorso non è una passeggiata: per evitare una decina di chilometri di asfalto il tracciato porta sul colle di Poggio Pratone, ultima asperità, fatica ripagata da una vista memorabile e da un’atmosfera magica nella luce del tramonto. Pochi chilometri, lunghissimi più per le mie condizioni che per l’effettiva difficoltà di discesa, ed ecco Fiesole, sobborgo per chi cerca una brezza leggera fuggendo da Firenze, una volta città etrusca, diocesi antica. La mia Via degli Dei finisce qui, anche se poi, inevitabilmente, arriverò in città. Voglio godermi gli ultimi raggi di sole, lontano dal caos turistico urbano, grato per il privilegio di essere arrivato fino a qui.


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