AvA7c. Altavia dell'Altopiano dei 7 Comuni. Da me ideata, tracciata e percorsa in versione integrale e "solo"
Testo e foto di Matteo Grassi

Alzo i piedi gonfi e indolenziti sulla parete e, mentre appoggio la testa sul cuscino, chiudo gli occhi.
"Ma cosa ho fatto stavolta...?"
Avvertenza: Questo racconto è lungo, dettagliato e ricco di particolari. Non dico che sia noioso, dico che è pesante come i miei piedi dopo 150 km.
È una storia che inizia tre mesi fa. Quando vedo che la neve inizia a sciogliersi, realizzo che a forza di sciare ho quasi dimenticato la corsa, con ben due gare ultra trail in programma.
Alterno le ultime uscite sulla neve a piccole corse. Tolgo gli sci quando la neve molla, cambio le scarpe e via su strade e sentieri. Muovo i primi passi "trail" proprio da Bocchetta Granezza, sull'Altopiano dei 7 Comuni, dove ho trascorso gran parte dell'inverno con oltre duemila chilometri di binari (sì: 2.000 km).

Funziono a obiettivi. Solo così riesco ad affrontare la fatica, la cui idea alle volte mi blocca. Ho 53 anni di cui quasi 40 passati a fare gare di corsa.
Mi serve un motivo per uscire ad allenarmi, e per puntare la sveglia alle 5 e poi sopportare fatica, dolori, sete, fame...
È un martedì sera, a casa, dopo l'allenamento con il gruppo. Il tavolo è illuminato da una luce fioca. Apro il quaderno e abbozzo uno schizzo.
Segno i luoghi dove ho sciato: Monte Corno, Campomulo, Marcesina, Campolongo.
Segno qualche altro punto. È una mini mappa che dà forma all'Altopiano.
Caspita.
Prima ancora di realizzare, pronuncio: "Potrei provare a collegarli in un unico percorso".
Ecco la scintilla.
Non aspetto domani, e con l'app inizio a tracciare un itinerario circolare, antiorario: sud-est, nord-ovest, sud. Chiuso.
Da lì poi, giù a studiare, scandagliando ovunque: dai siti ufficiali alle "mappe di calore".
Sento che ha abboccato un pesce grosso, ma con una canna da fossi.
Per due mesi ogni fine settimana, sabato e domenica, li passo a provare i sentieri e i possibili passaggi, avanti e indietro. Non senza intoppi, graffi, zecche, incontri sorprendenti. E il lunedì poi a pulire le tracce e unirle. Settore per settore partendo da sud, poi est, poi ovest...
Arriva maggio e manca solo un pezzo, quello a nord, il più elevato, dove c'è ancora neve. E ironia vuole che la neve cada ancora. Dopo la Kukusnea di aprile ecco la Bachtalasnea di maggio.

Torno dalla prima gara, TransVulcania. E da lì riparto a tracciare e a ripassare con tanto di varianti e correzioni. Sto arrivando al punto. Ma soprattutto ho in mente la data per la prova integrale, solo.
Unico slot – bollino rosso su: 5, 6, 7 giugno.
Ho chiuso il cerchio.
Inizio a entrare nella bolla. Una bolla in cui stacco tutto il superfluo e inizio a risparmiare energie. A concentrarmi e a mettere a fuoco. Ogni tanto recito la sequenza dei toponimi, come una litania.
“… Rossingroba, Camporossignolo, Bertiaga, Lempreche, Puffele, Val Lunga, Montagnanova, Col del lampo, Col Termine Rotto, Col della Berretta, Pozzette…”
Così come gli sciatori ripassano le curve prima della discesa, io cerco di memorizzare i passaggi. Non potrò navigare tutto il tempo col display acceso, dovrò centellinare la batteria. Questo anello è almeno per tre quarti su tracce poco battute. Per non parlare di quei due/tre punti ostici, che mi danno un po' di preoccupazione (in particolare il fondo Assa che voglio attraversare con la luce).
Venerdì 5 giugno ore 19 circa, Bocchetta Granezza.
La Quboblu, attrezzata per le avventure, è parcheggiata vicino alla tabella informativa in prossimità del valico. Con EL e Nino, che mi daranno assistenza domani, facciamo due passi fino all'inizio della pista da fondo che ora non è altro che una banale strada asfaltata.
"Ehi, ciao, tutt'altra divisa oggi, eh?" mi fa Kevin (gestore del Centro Fondo) alludendo al fatto che sono in pantaloncini e non in tenuta da sci.
"Eh, già" replico "sono qua per tentare il giro completo".
"Tutto di corsa?"
"Beh, anche camminata".
"Quanti chilometri alla fine?"
"150, circa. Conto di essere qua per domenica mattina".
"Apperò".
Mangio, mi preparo, sono pronto, sono nervoso. Voglio partire.
Avevo programmato le 21.
"Che dici se parto un po' prima?"
"Ma sì, che sennò prendi freddo".
Tira sempre aria qua.
"Ciao, a domani".
"Divertiti".
Difficile descrivere le emozioni di quando ti tuffi in quest'oceano. Sei solo e il silenzio è totale, hai lo sguardo fisso, cattivo, e il respiro calmo, le gambe pronte, un po' a freno.
Percorro a memoria le prime svolte. Mi infilo nel bosco ed esco nel pascolo ameno di Camporossignolo. Verso Bertiaga cinque giorni fa la strada era aperta, mentre ora è sbarrata. E la freccia di sassi stile Pollicino che avevo preparato per indicare la via non c'è più. Le vacche mi guardano torve. Accendo la frontale e scendo nel prato tra i cervi verso il passaggio delle buche nel terreno. Sul Lempreche ci sono strane fessure, che non ho ben capito, ma profonde tanto da ingoiarsi interi rami (chi vorrà ripercorrere la mia traccia lo tenga presente: sarebbe brutto infilarci dentro una gamba).

Erba bagnata, bosco, forre anguste e piste scivolose fino al passo Stretto, località Puffele (toponimo che fa sorridere chi è cresciuto guardando i cartoni alla tv). Poi la Val Lunga dove il prato alto è ancora più alto e le vacche ancora più nervose. E vabbè, sarà il leitmotiv passando di pascolo in pascolo verso il Col d'Astiago dove scelgo una piccola variante sul crinale. Un ritocco dell'ultim'ora, come un'improvvisazione sul palco. Ecco la grande cisterna brutalista sospesa, ma il mio sguardo è già puntato sulle luci di Sasso.
Devo solo beccare la svolta dalla sterrata verso il prato alto. È proprio dove un allocco sta banchettando e se ne vola via, disturbato.
Mentre scendo deciso verso il paese, l'aria che sale trasporta un'inconfondibile canzone:
"...And the last known survivor stalks his prey in the night and he's watching us all with the eye of the tiger..."
La sagra di sant'Antonio! Il tendone con luci da discoteca. Mezzanotte meno una manciata di minuti e io sfilo correndo, con l'occhio della tigre.
"Sgratt, sgratt, sgratt..."
"Che cazzo è!" Trasalisco.
Un coso basso grigio mi passa a destra, quasi sfiorandomi a velocità doppia... "Ma è un tasso!"
Passo Stoccareddo, dove c'è una delle poche fontane dell'altopiano, passo il ponte sulla Val Ghiaia, passo Ribenach con le ultime case prima della salita al Monte Fior. Dapprima per pista forestale, poi per sentiero nel bosco rotto da Vaia. La traccia è poco evidente, ma seguo i segni CAI. Il problema sono solo le ortiche che all'ennesima sferzata sulle cosce mi fanno imprecare.
Inizio a sentire le palpebre pesanti, la testa che ciondola e il passo che rallenta nell'atmosfera ovattata e nebbiosa. Perdo la traccia nell'erba alta e bagnata. Una, due, tre volte, mi innervosisco. Cerco di reagire e rimanere attento, ma non è facile nella nebbia con visibilità inferiore ai dieci metri. Costeggio le corone di roccia, senza vederle. Raggiungo malga Slapeur e finalmente la sterrata che scende in Marcesina. Uno dei miei luoghi del cuore.
È una piana affascinante, nonostante le ferite inferte da Vaia. Prima di attraversarla però ho in programma di risalire il monte Lisser e ridiscendere a Valmaron. Una variante che allunga e inasprisce il giro, ma della cui bontà sono ben convinto. E così sia. Ad attendermi al Forte una nebbiosa alba e una discesa per la dismessa pista nera che condivido con maestosi cervi maschi.
Le strutture abbandonate della ex stazione sciistica Enego 2000 mettono un po' di tristezza. Ma torna subito il sorriso quando, raggiunto il Centro Fondo, trovo un tavolino con tanto di cartello "x Matteo" e un mini ristoro ad aspettarmi.
Sono le primissime ore del mattino e non c'è anima viva nella piana brumosa. Valico la Forcellona, seguo i cippi di confine del 1752, per poi raggiungere la grande aquila di legno dietro cui c'è il rifugio Barricata. Anche qua nessuno, anzi: ecco la Quboblu con i miei due assistenti.

Da qui inizia un tratto lungo fino al prossimo rifugio/punto ristoro, che va affrontato con scorte sufficienti. È il settore nord, dove si raggiungono le quote più alte e le montagne più tristemente famose per le memorie della Grande Guerra. Ma prima c'è da salire lungo la forestale che ho scelto tra i vari sentieri incasinati, provati e riprovati per raggiungere i Castelloni di San Marco: inutile perdere tempo tra le rovine di Vaia, magari un giorno con il 242 sistemato si potrà tenere una linea più bella e toccare il suggestivo riparo Dalmeri. Ma ora è meglio così e quindi su facilmente verso il cosiddetto Anepoz, il Cippo numero 1, una sorta di ferro da stiro in bronzo (con le effigi di Venezia e Austria) a sbalzo sulla Valsugana.
Raggiunto il labirinto di roccia dei Castelloni non percorro tutti i sinuosi e ingrovigliati cunicoli, ma li attraverso seguendo la traccia CAI che ne offre comunque una buona "selezione" senza far perdere troppo il senso della rotta.
Attraverso il magico bosco abitato dagli urogalli, raggiungendo l'incredibile Buso dei Quaranta, quindi Porta Incudine e Pra' Molina che d'inverno si raggiunge anche con gli sci stretti ai piedi.

Lascio il bosco e tra mughi e rocce risalgo all'Osservatorio Torino sulla Caldiera dove i sentieri ricalcano le infrastrutture della Grande Guerra.
È divertente saltare i crepacci di roccia seguendo i bolli gialli e poi risalire l'Ortigara per il vallone dell'Agnelliza e dal passo dell'Agnella per roccette, postazioni, gallerie.
È il monte più conosciuto dell'Altopiano, un luogo sacro per via dei fiumi di sangue versato.
Sono zone solitamente frequentate, ma non oggi. Il cielo è grigio, tira aria e pioviggina un po'.
Passo il cippo austriaco, e quello italiano con su scritto "per non dimenticare", e alla campana piego verso Cima X e il suggestivo Portellino di Val Porsig, quindi sotto la XI punto all'inconfondibile piramide della XII (Fiorotz) che ora finalmente si riesce a raggiungere senza calpestare neve, ancora presente fino a pochi giorni fa.
Il panorama quassù è particolare: un esteso pianoro di rocce e mughi, leggermente ondulato che digrada dolcemente verso i pascoli in direzione del centro dell'Altopiano, vistosamente solcato dalle vecchie strade militari che oggi sono suggestivi itinerari da percorrere in bici, a piedi o con gli sci. Dall'altro lato la catena delle cime che poi si affaccia scoscesa sulla Val Sella.
Sento ruttare. Mi volto, "ah ok" sono le pernici. Diciamo che non fanno un verso elegante.
Attraverso Cima XII senza sosta, via diretto contro il vento e le gocce che pungono il viso. E scivolo, più o meno in controllo, sulle viscide rocce fino a tornare alla quota della traversata del pianoro. È un continuo metti e togli la giacca, ma è piacevole corricchiare verso porta Kempel per poi affrontare la risalita all'omonima cima che fa parte della dorsale del Portule, imponente barriera visiva e spartiacque sulla Val d'Assa.

Si apre la vista sul Trentino accarezzando l'ondulata cresta Larici, Mandriolo, Vezzena.
L'itinerario iniziale prevedeva di scendere al Rifugio, ma potendo contare sugli assistenti della Quboblu ho scelto di mantenere il filo di cresta e calare leggermente da Porta Manazzo sulla strada dove trovo EL, Nino e i malgari che stanno portando su le vacche a passare la bella stagione in alpe.
Ho i piedi fradici da oltre 16 ore. Mi concedo un cambio "gomme".
Il sentiero per il Mandriolo e da lì per Cima Vezzena è divertente, il paesaggio è verde, e sarebbe pure rilassante se non ci fossero mille radici scivolose cui prestare attenzione.
Cima Vezzena, ex forte in cemento, mezzo diroccato, è suggestivamente esposto sui laghi di Levico e Caldonazzo mentre verso sud plana dolcemente sui prati.
Ogni settore ha caratteristiche diverse. Ora per paradosso la difficoltà sta nella sua facilità: dodici chilometri di strada sterrata su cui provare a rilanciare l'andatura, ma che potrebbero risultare un po' noiosi. Non è così. È anzi divertente ripercorrere uno dei miei preferiti campi gioco invernali. E poi sono luoghi davvero belli, silenziosi. Camporosà, Posellaro, Trugole. A Campolongo taglio per il prato nel cui mezzo vigilano erte due marmotte over size (anche la loro tana è gigante, andate pure a controllare).

Esce il sole e la luce calda del tardo pomeriggio filtra tra gli abeti disegnando il profilo del crinale che a occidente si tuffa ora sulla Valle dell'Astico.
"Ehi, sono a tre quarti di giro!"
Passo il Forte, scendo per boschi e luoghi buffi, di nome e di fatto: Alta Kugela, Altar Knotto, Altaburg.
Alla sorgente della Romita ancora una volta mi faccio ingannare dalle impronte degli animali, vabbè, salto giù dalla muretta e in due passi entro in piazza a Rotzo, dove ci sono ben due fontane e il mio personalissimo ristoro ambulante.
Ho calibrato la tabella di marcia su questo passaggio, con l'obiettivo di arrivare qui con almeno un'ora di luce a disposizione. Missione compiuta, anzi ho ulteriore margine, ma mi preparo già con la frontale.
So a cosa sto andando incontro. Un breve tratto di strada, gli ampi prati, poi erbacce, boscaglia, una scala intagliata nella roccia, le cascate del Pach (che oggi piovono per bene), un tratto di Sentiero delle Cenge, da affrontare con calma, e poi il bivio e la discesa vertiginosa verso gli inferi del fondo dell'Assa. Il cosiddetto "sentiero Anita". Che non so con che coraggio si possa chiamare sentiero. Un pendio boscato con fondo sassoso. Roba da camosci, che non tardano a mostrarsi e a muovere pure loro pietre. Sì perché qua mentre scendi ti fanno compagnia i sassi che vengono giù con te.

È solo mezzo chilometro ma è impegnativo stare in piedi e individuare dove passare. Non oso immaginare come debba essere affrontarlo col buio. (Per rimanere tranquillo continuavo a ripetermi che ne ho fatte col buio e che sarei riuscito anche qua. Ma meglio così, preferisco rimanere ignaro).
Raggiungo il fondo del Torrente: una stretta gola occupata da grandi massi, senza acqua. È molto suggestivo percorrerlo per qualche decina di metri prima di passare sul versante opposto.
Attenzione però perché l'umidità ha reso i massi particolarmente viscidi e non è così banale camminarci sopra.
Il sentiero che risale a Dosso riporta in breve da quota 550 a 1000, dove esco in una capezzagna invasa da erba alta un metro.
Al piccolo spiazzo con capitello votivo di via Dosso faccio un'altra breve sosta in cui mi spulcio dalle zecche che di certo non mancano in questi luoghi più bassi, umidi e con erba alta. Ora devo raggiungere il forte Corbin, quindi il memoriale Stuparich e da lì il Monte Cengio. È buio, e la stradina nel bosco è noiosa. Non ricordo bene questo tratto, è stato uno dei primi che ho percorso due mesi fa. Ah sì, ora il sentiero sale, ricordo, manca poco al Monte Cengio.
Ho percorso decine di volte la strada dei Granatieri, ma mai di notte.
Mi affaccio verso la sottostante pianura costellata di luci. Tira aria fredda, il cielo stellato è terso come in rare occasioni.
Al piazzale Principe incrocio per l'ultima volta i miei compagni di avventura.
"Ci vediamo domani, buona notte".
"Dai che manca poco".

Mai abbassare la guardia!
Conosco abbastanza bene quello che segue: la discesa al ponte Campiello sul Costo, poi la vecchia ferrovia, quindi la risalita nel bosco lungo sentieri appena accennati verso Monte Croce e Monte Paù. Ma con l'erba alta, bagnata e di notte si fa tutto più difficile. Cala la stanchezza. I tronchi iniziano a prendere sembianze umane. I sassi si tramutano in animali o teschi. Conosco le allucinazioni e le affronto con serenità. Ci scherzo su. "Hei come va? Anche tu qua a 'ste ore?" Faccio a un presunto passante.
Bocchetta Paù, mancano due salite e inizio il countdown dei chilometri "meno 10", ma in realtà ne mancano tredici. Nel bosco di Cima Favaro perdo ripetutamente di vista la traccia fino a malga Sunio. Dove il sentiero si fa netto e inequivocabile. È un breve tratto dell'esposto "sentiero dei Forestali" quindi sulla strada del Generale dove posso finalmente rilassarmi e corricchiare un po' fino a malga Foraoro, dove dovrei trovare una bottiglia d'acqua. Mi avvicino alla malga scatenando un putiferio tra le vacche spaventate dalla frontale. Non trovo la bottiglia, scoprirò poi che non ci siamo capiti con le date. Vabbè, ho ancora mezza borraccia, è notte, fa freschetto e manca poco. Manca poco?
C'è da fare i conti con la "variante Pollini" – quella che l'amico Enrico mi ha suggerito per dare un disegno più coerente a questo tratto – e ha ragione, ma significa salire ancora, fino alla cima del monte Foraoro poi per vecchio tracciato erboso alla Speluga Fondi. Sarebbe stato troppo facile farsi una corsetta per Malga Serona. E xo porchi (come si dice in dialetto).
Di nuovo sulla stradella per puntare deciso - fatalità - proprio alla Cima del Porco. Ah sì, qua ho tracciato una variante più alta che avevo fatto d'inverno sulla neve. Vado su, ma, eh niente, non c'è traccia, solo prato. Sai cosa? Torno sulla sterrata e pazienza per la variante migliorativa, mi sono anche un po' rotto di andare a ravanare. E così sia.

Il countdown dice "- 1", ma so bene che ne mancano quattro. Mi ero già accorto a Foraroro che i conti non tornavano.
Corricchio blandamente e un po' svogliato sulla pista pianeggiante, che prima o poi inizierà a pendere verso il basso. In tre chilometri cala appena venti metri. Eccomi fuori dal bosco, ed ecco la discesa che finalmente cala a Malga Mazze e a Bocchetta Granezza.
Durante questa seconda notte mistica mi ero già vissuto e prefigurato l'agognato arrivo, come in un film, ecco: ci sono io che arrivo all'auto con le braccia alzate in segno di vittoria. E poi stappo una birra spruzzando ovunque, come quelli che vincono in Formula 1 o al Giro d'Italia.
Io e la mia lattina da 33.
E invece fa un freddo becco. EL e Nino dormono nel Quboblu. Anzi no, Nino è sveglio, e si sveglia anche EL.
"Ce l'hai fatta" mi dice più con sonno che con entusiasmo.
"Portami via da qua che sto morendo di freddo".
Scendiamo un paio di tornanti dove facciamo sosta, per sistemarmi un po'.
"Che strada faccio? Non c'è campo e il navigatore non va".
"Non preoccuparti, te la dico io".
"Ok".
...
La testa è pesante come un sacco di cemento.
Mi stropiccio gli occhi.
"Elisa, vedo mostri ovunque a bordo strada. Chiudo un po' gli occhi".

AvA7C - 150,3 km - 7.300 m+